domenica 24 agosto 2014

Lost in TRANSlation

Mi sono accostata a The Rocky Horror Picture Show (1975, regia di Jim Sharman) perché incuriosita dal sito A Study of Gothic Subculture: An Inside Look for Outsiders. Il musical, infatti, compare nell’elenco di film proposti come esempi di estetica cinematografica gothic. Di certo, l’ambientazione notturna, il castello e i richiami a miti come quello di Frankenstein spiegano l’inclusione nella lista. I motivi di interesse che ho trovato nel film, però, sono stati anche d’altra natura e decisamente inaspettati.
            Il primo fotogramma dopo i titoli di testa inquadra una croce celtica che sormonta un campanile. È appena stato celebrato un matrimonio, tradizionale momento di risveglio della sessualità in un paesino piccolo e pudibondo. Su questo sfondo, i protagonisti Brad (Barry Bostwick) e Janet (Susan Sarandon) si dichiarano ufficialmente il proprio amore. Le loro parole e i loro abbracci sono contrappuntati dai figuri spettrali che preparano un funerale. Eros e morte sono eguali, egualmente conturbanti ed egualmente celebrati/castrati dal rito. La graziosa cornice campagnolo-puritana, però, non salverà i due piccioncini dal viaggio sul pianeta verso il quale il loro neonato rapporto li dirige. 

            Il loro fidanzamento è un’automobile in una notte nebbiosa, sfiorata da motociclisti la cui temerarietà impaurisce e sfida la coppia. Poi, uno smarrimento e un guasto. Brad e Janet si inoltrano così a piedi nella notte dei propri istinti. C’è una luce, sì, c’è una luce nella notte per tutti. Ma quel genere di luce che mostra ciò che non si vorrebbe vedere. Ovvero, accecante.
            Essa promana dal “castello di Frankenstein”, in linea con quel gioco dichiarato dalle labbra rosse che aprono i titoli di testa snocciolando gli eroi della fantascienza. Pupazzi, nient’altro che pupazzi ormai vuoti. Tanto vale sostituirli con maschere festaiole e travestiti in reggicalze: gli alieni in missione dalla galassia di Transilvania. La gimcana esibita e parodistica, però, evidenzia la forza tipica di horror e fantascienza: la capacità di deformare le comuni nozioni di essere umano, tempo e spazio. Questa deformazione è un gioco al quale i transilvanici si abbandonano con piacere rapinoso (Let’s do the time warp again!). Gli svenimenti di Janet non sono forse una reazione così esagerata, dopotutto. Hanno quasi un che di dantesco; sanno dello smarrimento umanissimo e immane davanti all’ingresso nell’Inferno propriamente detto e alla sorte di Paolo e Francesca.
         
   Il Lucifero –nonché Frankenstein- della situazione è il sweet transvestite Frank-N-Furter (Tim Curry). Il suo essere alieno consiste nell’essere troppo umano, troppo simile ai desideri polimorfi e repressi dei terrestri, nel suo conoscere troppo bene questi ultimi –fino a padroneggiare il segreto della loro stessa vita biologica. La sua ossessione di Pigmalione è dipinta sul fondo della sua piscina, che ostenta la michelangiolesca Creazione di Adamo. In questo sogno blasfemo e grandioso, Frank si può crogiolare, vezzeggiato dagli umani che egli tratta come balocchi, in una solitudine narcisistica e onanistica. Anche i due fidanzatini, per lui, non sono che nuovi pezzi nella casa di bambola che è la sua vita. Li sveste e li riveste, li privilegia e li avvilisce a capriccio. Soprattutto, li porta al cuore di quel proibito che si nasconde dietro la facciata d’ogni rito sociale. Frank assume le fattezze del fidanzato prima e della fidanzata poi, per sedurre gli ingenui ospiti con gesti e parole inquietantemente speculari. Non c’è differenza fra uomo e donna, nella scoperta dell’eros. Se non per un (eloquente) particolare: la donzella è più ricettiva di fronte agli insegnamenti del transeduttore e più pronta a… rielaborarli originalmente.
            Né c’è barriera prestabilita fra amore e odio, quei LOVE e HATE tatuati sulle dita d’una vecchia fiamma di Frank (Meatloaf): citazione dal celeberrimo film di Charles Laughton, The Night of the Hunter (La morte corre sul fiume, 1955). Anche questa è la notte di un cacciatore. E l’odio della creatura (un “mostro di Frankenstein” tutt’altro che mostruoso, se non per le dimensioni dei bicipiti) verso il creatore può rovesciarsi in amore e in una fusione di destini.
Frank non sarà sconfitto dai due fidanzatini, troppo sprovveduti per difendersi dai fantasmi dell’eros. Né sarà sgominato da un professore tedesco sedicente statunitense (Jonathan Adams), incarnazione dell’ordine e della morale (la doppiezza spionaggesca del personaggio, però, rende i suoi valori alquanto sospetti). La sua stessa malata ricerca d’amore lo ucciderà. Statue e pupazzi possono compiacere l’ego, ma trascurare le vive fonti d’affetto che vivono alla nostra ombra è un errore da cui non c’è ritorno.
Dal caleidoscopio di incubi erotici, i terrestri si risvegliano ritrovandosi perduti nella notte e nella foschia. I gesti smarriti di Brad e Janet che si protendono l’uno verso l’altra –senza riuscire a vedersi- rievocano le parole cantate dai Nomadi ne Il libero: fra savi e pazzi,

che differenza c’è,
 se –nel buio- se
tutti si cercano
e non si trovano

e non si trovano mai?


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