lunedì 14 ottobre 2013

La fretta


“Il cellario sembrava invasato e illuminato a un tempo, pareva che ora la diga del silenzio e della simulazione si fosse rotta, che il suo passato tornasse non solo a parole, ma per immagini, e che egli riprovasse le emozioni che lo avevano esaltato un tempo.
            «Allora» incalzava Bernardo, «tu confessi che avete onorato come martire Gherardo Segalelli, che avete negato ogni autorità alla chiesa romana, che affermavate che né il papa né alcuna autorità poteva prescrivervi un modo di vita diverso dal vostro, che nessuno aveva il diritto di scomunicarvi, che dal tempo di san Silvestro tutti i prelati della chiesa erano stati prevaricatori e seduttori, salvo Pietro da Morrone, che i laici non sono tenuti a pagare le decime ai preti che non pratichino uno stato di assoluta perfezione e povertà come lo praticarono i primi apostoli, che le decime pertanto dovevano essere pagate a voi soli, gli unici apostoli e poveri di Cristo, che per pregare Dio una chiesa consacrata non vale più di una stalla, che percorrevate i villaggi e seducevate le genti gridando ‘penitenziagite’, che cantavate il Salve Regina per attirare perfidamente le folle, e vi facevate passare per penitenti menando una vita perfetta agli occhi del mondo, e poi vi concedevate ogni licenza e ogni lussuria perché non credevate nel sacramento del matrimonio, né in alcun altro sacramento, e ritenendovi più puri degli altri vi potevate permettere ogni sozzura e ogni offesa del corpo vostro e del corpo degli altri? Parla!»
            «Sì, sì, io confesso la vera fede a cui avevo creduto allora con tutta l’anima, confesso che abbiamo abbandonato le nostre vesti in segno di spoliazione, che abbiamo rinunciato a tutti i nostri beni mentre voi razza di cani non vi rinunzierete mai, che da allora non abbiamo più accettato danaro da alcuno né ne abbiamo portato su di noi, e siamo vissuti di elemosina e non ci siamo riservati nulla per il domani, e quando ci accoglievano e ci imbandivano la tavola mangiavamo e partivamo lasciando sulla tavola quanto era avanzato…»
            «E avete bruciato e saccheggiato per impadronirvi dei beni dei buoni cristiani!»
«E abbiamo bruciato e saccheggiato perché avevamo eletto la povertà a legge universale e avevamo il diritto di appropriarci delle ricchezze illegittime degli altri, e volevamo colpire al cuore la trama di avidità che si estendeva da parrocchia a parrocchia, ma non abbiamo mai saccheggiato per possedere, né ucciso per saccheggiare, uccidevamo per punire, per purificare gli impuri attraverso il sangue, forse eravamo presi da un desiderio smodato di giustizia, si pecca anche per eccesso d’amor di Dio, per sovrabbondanza di perfezione, noi eravamo la vera congregazione spirituale inviata dal Signore e riservata alla gloria degli ultimi tempi, cercavamo il nostro premio in paradiso anticipando i tempi della vostra distruzione, noi soli eravamo gli apostoli di Cristo, tutti gli altri avevano tradito, e Gherardo Segalelli era stato una pianta divina, planta Dei pullulans in radice fidei, la nostra regola ci veniva direttamente da Dio, non da voi cani dannati, predicatori bugiardi che spargete intorno l’odore dello zolfo e non quello dell’incenso, cani vili, carogne putride, corvi, servi della puttana di Avignone, promessi che siete alla perdizione! Allora io credevo, e anche il nostro corpo si era redento, ed eravamo la spada del Signore, bisognava pure uccidere degli innocenti per potervi uccidere tutti al più presto. Noi volevamo un mondo migliore, di pace e di gentilezza, e la felicità per tutti, noi volevamo uccidere la guerra che voi portavate con la vostra avidità, perché ci rimproverate se per stabilire la giustizia e la felicità abbiamo dovuto versare un po’ di sangue… è… è che non ce ne voleva molto, per fare presto, e valeva pur la pena di fare rossa tutta l’acqua del Carnasco, quel giorno a Stavello, era anche sangue nostro, non ci risparmiavamo, sangue nostro e sangue vostro, tanto tanto, subito subito, i tempi della profezia di Dolcino erano stretti, bisognava affrettare il corso degli eventi…»
            Tremava tutto, si passava le mani sull’abito come se volesse pulirle dal sangue che evocava. «Il ghiottone è ridiventato un puro» mi disse Guglielmo. «Ma è questa la purezza?» domandai inorridito. «Ce ne sarà anche di un’altra sorta,» disse Guglielmo, «ma, quale che sia, mi fa sempre paura.»
            «Cosa vi terrorizza di più nella purezza?» chiesi.
            «La fretta» rispose Guglielmo.
[…]
Bernardo si ricompose e si rivolse in tono di comando al capitano degli arcieri.
«Mi ripugna ricorrere a mezzi che la chiesa ha sempre criticato quando vengono praticati dal braccio secolare. Ma c’è una legge che domina e dirige anche i miei personali sentimenti. Chiedete all’Abate un luogo dove si possano predisporre gli strumenti di tortura. Ma che non si proceda subito. […] La giustizia non è mossa dalla fretta, come credevano gli pseudo apostoli, e quella di Dio ha secoli a disposizione. […]»”

UMBERTO ECO

(Il nome della rosa, Milano 1980, LIV edizione Tascabili Bompiani 2007, pp. 386-389.)

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