domenica 2 giugno 2013

Ho visto


Ho visto.
Ho visto gli atenei pieni di studenti e studentesse. Non erano né figli di papà, né una massa incosciente. Erano curiosi, folli, determinati, estrosi, brillanti, con l’orgoglio della coerenza e l’umiltà di chi vuole imparare ancora. Non li aveva “selezionati” alcun supervisore. Avevano raggiunto da sé il proprio luogo naturale, come gli elementi descritti da Aristotele.
            Avevano un culto pacato e profondo della storia dell’università –della propria storia. Erano puntuali nel seguire l’attualità, per avere una traccia sulla via che avevano davanti. Si riconoscevano cittadini nei diritti e nei doveri. Divenivano furie, se qualche sedicente Ministro tentava “riforme” sprezzanti della libera universitas.
            Coltivavano diversi campi di studio e avevano sposato diverse visioni del mondo; ma superiore a ogni loro passione era quella dello scambio dialettico. Le loro voci argute tintinnavano l’una contro l’altra come argento. Essere messi alla prova non era un’umiliazione, ma uno stimolo a trovare le proprie risorse.
            Molti di loro erano poco abbienti o in salute non perfetta; ma erano sostenuti da borse, mense, alloggi, perché le loro menti erano poderi troppo fertili perché fossero lasciati incolti.
            Di ogni istituzione e cerimonia sapevano vedere il grottesco e farne la parodia. Ma non ne erano schiacciati, perché, alla pirandelliana maniera, avevano capito il giuoco. Ognuno di loro manifestava le proprie inclinazioni e la propria storia personale, ma accantonava parte del proprio ego per accogliere usi e costumi comuni ai nuovi fratelli. Non disprezzavano alcunché, se non il perbenismo e il riso degli stolti. Sapevano ugualmente condurre studi eccellenti e godere carnalmente senza false virtù. Non trovavano ridicolo indossare insegne del “passato”, perché quel passato aveva consegnato loro il presente.
            Mantenevano una deferenza sobria verso i professori, ma, sotto quel velo, bruciavano un affetto autentico e un’empatia di menti in costante interscambio. I sentimenti più profondi non hanno bisogno di “libertà obbligatorie” e confidenze ostentate.
            Ogni cosa, intorno a quei ragazzi e a quelle ragazze, pareva dire: “Lasciate ogni senso comune, o voi ch’entrate. Non ne avete bisogno. Sarebbe un’offesa alla vostra intelligenza. Abbandonate ciò che vi castra. Siate pazzi, non stupidi. Il vostro acume e il vostro confronto reciproco vi saranno guide. Chi vi disprezzerà non sarà che uno sciocco.
E voi, che siete forse fra noi perché non avete di meglio da fare, perché credete d’ingannare gli anni che passano, per seppellirvi in polvere di libri, perché credete di 'diventar qualcuno' o per ottenere un pezzo di carta, andatevene. Non è il posto per voi. State rubando il denaro dei cittadini che finanziano l’università. State derubando voi stessi. E state recitando una parte che non è la vostra, in cui altri potrebbero prodursi con miglior profitto per tutti.”
            Il loro futuro? Anche quello assicurato dalla “forza di gravità” della loro ineluttabile vocazione.
            Ho visto tutto questo.
Poi, è suonata la sveglia e sono andata a far colazione.

3 commenti:

  1. hehehe....quante seveglie hanno tuonato nel silenzio...solo per accoegerci che era ora di fare colazione..^_^

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  2. Eppure forse quello spirito non è ancor morto del tutto; magari bisogna cercarlo sotto altra specie, come isole di luce in un mare di tenebra.

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    1. Le isole vivono. Tremi la tenebra! ;-)

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