domenica 30 giugno 2013

Della tirannide - Un pensiero dal cassetto


La forma più pericolosa di tirannia è accarezzare le orecchie di chi ascolta. Le parole franche ed un poco sgradite stimolano la difesa intellettuale del destinatario e lo portano a discutere, ad essere attivo e consapevole. Invece, se lo si vuole docile e sottomesso, bisogna farsi carico di ciò che gli sta a cuore (in apparenza), solleticare le sue emozioni più trascinanti e fingere di condividerle. Insomma, bisogna personificare la soddisfazione dei suoi desideri più cogenti. (“Carriera” di alcuni tiranni famosi). Non si opporrà, né potrà opporsi, non solo perché crederebbe di perdere tutto così facendo, ma perché faticherebbe a motivare l’opposizione e, soprattutto, perché è la SUA volontà ad essere accordata al tiranno.
Ultima notazione: il perfetto despota deve inebriare i propri schiavi di libertà. La via più rapida per portare alla schiavitù è fare larghe concessioni, soprattutto sul piano morale, proclamarsi progressisti (ciò vale per il periodo attuale…). Naturalmente, non si tratterà di vero progressismo, perché questo è un’autentica ricerca di ciò che può migliorare la vita sotto ogni aspetto: la tirannide, chiaramente, non risponde a questo requisito.
            Nell’Italia del 2007 (ma non solo…), chi può diventare tiranno? Non vi sono né imperatori, né re, né dittatori. Dunque? La tirannia può essere esercitata molto meglio da partiti (o da membri di essi) abili in demagogia. Più ancora vanno temuti tutti coloro che, come professione, hanno quella d’influire sull’opinione pubblica: scrittori, giornalisti ed insegnanti. Essi, molte volte, sono validi aiutanti contro la tirannide. Un Paese non può fare a meno di loro, sia quando è libero, sia (a maggior ragione) quando è schiavo. Tuttavia, proprio per questo, se qualcuno di loro dovesse tradire il proprio compito e cominciare a condurre a proprio arbitrio gli animi altrui, diverrebbe un perfetto e pericoloso tiranno.
            La soluzione è renderci conto della nostra debolezza e della nostra ignoranza, ammettere che poco o nulla merita il nostro entusiasmo incondizionato, non rinnegare nulla di ciò che si conosce per valido, neppure per riscuotere approvazione. Cuore e ragione devono essere tenuti saldamente nella nostra mano. (22/11/2007)

Un mio sfogo manoscritto sul diario, al quinto anno di liceo.

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