domenica 8 luglio 2012

Queste nozze qua


Sabato 7 luglio 2012, Vasco Rossi e Laura Schmidt hanno celebrato le nozze civili. Cerimonia privatissima, davanti al sindaco di Zocca. Una volta tanto, non c’è stato il tripudio di mondanità, pompe e fanfare che poco hanno a che vedere col matrimonio. Per fortuna. Anche i VIP hanno diritto alla privacy. Tuttavia, Vasco resta un’icona. E le icone non possono permettersi il lusso del silenzio stampa. Si affastellano le dichiarazioni, le spiegazioni di questa apparente deroga alla “vita spericolata”. I punti toccati ci riguardano, in fondo, tutti. Si aggiunga che la rockstar è un simbolo e un modello per molti. Perciò, ecco qualche considerazione:

  1. “In questo paese le leggi sono poco chiare, sempre confuse e interpretabili…” dichiara Vasco (la Repubblica). Date le telenovelas giuridiche che ci caratterizzano, ha probabilmente ragione. Ma lasciamo l’ardua sentenza ai giurisperiti;
  2. “…non sono regolamentate chiaramente le coppie di fatto perché al Vaticano non sono simpatiche e anche ai nostri politici non piacciono tutte queste novità” (ibid.). Anche se i nostri onorevoli fossero aperti e aggiornati, resterebbe un’intrinseca difficoltà: come “regolamentare” chi preferisce non essere “regolamentato”? Un bel dilemma, per risolvere il quale non basta sventolare slogan o copiare i vicini. Quanto al Vaticano, giova ricordare che neppure il matrimonio puramente civile è a prova di tradizione cattolica, se è per questo;
  3. “Io […] ho sempre considerato il matrimonio come una ben triste condizione di vita: obbligati a vivere insieme per sempre e per forza quando solo essere liberi di andarsene ogni giorno può dimostrarci la sincerità di un rapporto. […] Venticinque anni vissuti insieme non per forza ma per amore e una famiglia costruita ogni giorno con fatica e sacrifici.” (ibid.) Dunque, sposare la persona che si ama sarebbe “triste”. È quantomeno opinabile, per non dire poco lusinghiero verso la dolce metà. Anche la definizione di matrimonio data da Vasco è imprecisa. Dire che i coniugi devono vivere insieme “per sempre” contrasta con le leggi italiane (che consentono il divorzio) e con i dati di fatto (molti matrimoni finiscono dopo qualche anno: altro che “per sempre”!). Non è vero nemmeno che siano uniti “per forza”: la loro è una scelta. Un impegno morale, economico e giuridico, ma che si prendono di propria iniziativa. Gli sposi sono ministri del proprio matrimonio.

Là dove c’è l’amore, c’è la libertà. Poco importa che il legame di coppia sia stretto nella forma del matrimonio, della frequentazione o della convivenza. E perché bollare di “tristezza” la scelta di chi si sposa? “Ecco, io ti prendo come persona e come cittadino/a, per creare un nuovo nucleo. Desidero che esso sia riconosciuto anche dalla comunità cui apparteniamo. So che m’impegno con te ora e per il futuro; riconfermerò questo proposito ogni giorno. Non ho paura né dei legami, né delle leggi, perché il bisogno d’averti accanto me li alleggerisce.” Anche così si dimostra sincerità e si vive insieme per amore. In quella fatidica firma sul contratto di matrimonio, non muoiono né l’amore, né la libertà. Semmai (questo sì, a volte), un po’ d’orgoglio.



Vedi: Ernesto Assante, “Vasco convola a nozze. ‘Una grande sconfitta per le mie convinzioni’ ”, la Repubblica, 7 luglio 2012, p. 47.


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