lunedì 9 gennaio 2012

Dal fare al dire


Da: Verso l’altra fiamma (1929)



Samara



Qui mi capitò un incidente che fece eco in Francia e che fu deformato in un modo così malevolo che sono obbligato a ristabilire i fatti. Ecco, prima di tutto, quest’eco, tale quale comparve ne Le Temps del 16 ottobre 1928:





            Russia. – Il commissariato dell’Istruzione pubblica prosegue la revoca dei vecchi alti funzionari che occupano vari posti nelle amministrazioni scientifiche e nei musei. Così sono già stati revocati i sigg.: Gravé, vecchio membro della corte di Cassazione; Childlovskij, vecchio governatore; Minkovitch, vecchio direttore del dipartimento degli Interni. Quanto agli impieghi nei musei, vengono revocati tutti i loro titolari che, in passato, erano ostili al bolscevismo. Cosa curiosa, questa misura sarebbe stata suggerita ai comunisti dal romanziere Panait Istrati, che, visitando il museo di Samara, attirò l’attenzione delle autorità sovietiche sul fatto che in questo museo è stata raccolta una bella collezione di farfalle d’Africa, mentre non vi si vede nulla che commemori le carestie d’un tempo e le guerre civili.



            Io non ho ‘suggerito’ niente ai ‘comunisti’ e non ho mai ‘attirato l’attenzione delle autorità sovietiche’ su alcunché di tal genere. (Sì, l’ho fatto una volta, e con la violenza che si vedrà nella terza parte di questo libro; ciò non ha avuto risonanza che nel dolore umano, ahimé, e non poteva, in alcun caso, farmi passare per delatore, come insinua Le Temps per l’incidente di Samara.)

            Questa città –centro della più terribile carestia che abbia mai infierito sulla terra- non avrebbe nulla che possa attirare a lei lo storico o lo scrittore degli antipodi, se non un museo dove si troverebbe tutta la documentazione riguardante la calamità che è costata la vita a sei milioni di esseri umani, negli anni 1920 – 1921. E, naturalmente, all’arrivo, ho chiesto che ci si conducesse a questo museo, non dubitando della sua esistenza in un Paese di museomani imbecilli.

            Ci condussero là e passammo da una sala all’altra, senza vedere altro che le sciocchezze che si accatastano in qualunque museo di provincia di qualunque Paese.

-Ma dov’è, allora, il vostro museo della carestia?

-Non l’abbiamo ancora allestito, compagno. Non abbiamo un locale a disposizione.

-Come! Avete i locali per ammassare tutte queste cianfrusaglie… e non ne avete per quello che possedete solo voi al mondo? Fateci vedere i documenti!

-Sono chiusi a chiave e la chiave ce l’ha il direttore, che non è qui.

-Vi prego d’andar subito a cercare il direttore o la chiave. Siamo qui per questo.

Corsero. Un vecchio barbagianni venne ad aprirci. Ci trovammo in presenza di un tale materiale documentario che frememmo d’orrore. Le fotografie sono immagini d’incubo. I campioni di ciò che era chiamato ‘pane’ ai tempi della carestia sono inverosimili. I rapporti dei miliziani, che andavano ad investigare là dove avvenivano casi di antropofagia, sono narrazioni che uno scrittore non potrebbe mai inventare. Il tutto parla con eloquenza di un’epoca di supplizio, che vi disgusta d’essere uomo.

            Ma quasi tutti quei documenti conservati alla rinfusa in uno sgabuzzino buio sono già deteriorati. E, non appena chiedo qualche fotografia di prova, mi si risponde che il museo non ne possiede i negativi:

-È un fotografo particolare che le ha fatte, ma è morto sul lavoro, contagiato dai tifici affamati che fotografava.

Gli eroi muoiono, beninteso. Così pure non posso guardare che con disprezzo i sempliciotti che ammucchiano davanti a noi i preziosi oggetti, al fine di nasconderli ancora, per anni, là dove non si troverà più, un giorno, che un mucchio di polvere. E, quando ci viene offerto il registro, perché vi scriviamo amabilmente le nostre eccellenti impressioni, io scrivo: I conservatori di questo museo non sono compagni, ma controrivoluzionari. Ed elenco i motivi del mio apprezzamento.

            Lassù, i giornalisti che ci circondano colgono la palla al balzo e la lanciano più lontano. Ciò che è avvenuto in seguito, non l’ho saputo che tramite Le Temps, che sa tutto e lo dice in buon francese, disonestamente. Questo organo, per il quale io non sono mai esistito, non mi scopre che per riportare la mia espulsione dalla Grecia e per dire quale feroce tchékiste fossi divenuto in Russia. Poveretti!”



PANAIT ISTRATI













 

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