mercoledì 14 dicembre 2011

Quarto potere (1941)




NO TRESPASSING. Non oltrepassare i limiti dell’indagine, di qualunque indagine. Nessun mezzo può ricostruire totalmente una personalità.
La redazione di un giornale si adopera per scavare nel profilo psicologico di un noto e controverso personaggio, Charles Foster Kane –a sua volta, direttore di diverse testate. Ricchissimo, amato e (ancor di più) odiato, il “cittadino Kane” è spirato, dopo aver pronunciato una sola parola: Rosebud. Nome femminile che intriga i giornalisti e li spinge ad un’inchiesta minuziosa, nella convinzione che quell’”ultima parola famosa” sia la chiave alla vita di Kane.







Orson Welles diceva di non amare i simbolismi e forse era vero. Di certo, non amava gli intervistatori che lo sondavano in materia. Eppure, è irresistibile la tentazione di cercare significati negli elementi del film: i focus su oggetti in primissimo piano, il pappagallo che attraversa lo schermo in un lampo, la luce ed il buio che giocano con il presagio di morte. In un certo senso, lo spettatore non può fare a meno di identificarsi con i giornalisti, irretiti dal significato di un particolare che rimbalza di bocca in bocca, di intervista in intervista, senza mai portare ad un chiarimento. Come a Serendip, i protagonisti trovano tutto ciò che non cercano.



Il risultato della ricerca è una costellazione di tasselli che descrivono un Kane titanico, luciferino e tormentato: il distacco traumatico dalla madre, la crescita sotto un banchiere-tutore, l’espulsione da molti prestigiosi istituti, la direzione del primo quotidiano.
Il giornalismo sembra essere l’unica cosa che interessi al venticinquenne Kane, votato a deludere tutte le aspettative del tutore. Disprezza la logica del profitto impostagli da quest’ultimo, ma diventa comunque ricchissimo. L’attività giornalistica lo intriga nella misura in cui gli permette di essere leader, di creare e ricreare la realtà attraverso la mente dei lettori. La “dichiarazione programmatica” che stende di suo pugno è, in fin dei conti, una farsa retorica infarcita di luoghi comuni: “Vogliamo essere il vostro giornale”; “io vi darò notizie serie ed affidabili, senza condizionamenti.” Di sincero c’è, forse, ciò che Kane afferma in procinto di scrivere: “Voglio che la gente abbia bisogno di questo giornale come dell’aria e della luce”. Ma quell’ “io” ripetuto ossessivamente nella dichiarazione fa sospettare che “il giornale” si identifichi con la persona di Kane. Di fedeltà personale, appunto, si tratta, quando Charles assume nella propria redazione le punte di diamante della concorrenza. I principi a cui i nuovi, eccellenti arrivati sono chiamati ad aderire sono esemplificati in una cena lussuosa e scollacciata, grazie alla quale il direttore si presenta come munifico signore ai suoi vassalli.





Da lì, il passo verso la carriera politica è breve.
 “Tu parli della gente come se fosse una tua proprietà. Parli dei suoi diritti come fossero una tua concessione personale. E, in cambio, pretendi di essere amato” gli rinfaccia l’amico fraterno di una vita, Leland, con la durezza che solo i veri amici sanno padroneggiare. Critiche alle quali Kane non dev’essere insensibile: licenzierà Leland dal suo impiego presso il giornale, ma con una liquidazione generosa e solo dopo avergli provato di rispettare le sue opinioni avverse.




Rimane da chiedersi cosa significhi l’amore, per lui. Lo racconta Susan Alexander, sua seconda moglie, intervistata a proposito della fantomatica Rosebud.



Kane si era interessato a lei, attratto dalla condivisione delle loro solitudini. Era già sposato, con in aggiunta un curriculum di relazioni extraconiugali appena accennato, ma senza un vero appagamento del cuore. Susan gli rallegra la vita al punto da spingerlo ad apprezzare le sue disperate velleità canore.
L’avversario politico di Kane, schiacciato dalle proprie pubbliche malefatte, coglierà al volo questo piccolo scheletro dal suo armadio. Scoppia lo scandalo –ironia della sorte- grazie alla stampa, fino a quel momento trono dorato di Charles.


Su tutte le testate, i titoli sbandierano la sua relazione con una “cantante”. Quelle virgolette –secondo l’ormai anziano Leland- diventano l’ossessione di Kane. Pur di eliminarle e far di Susan una vera primadonna, costruisce un teatro d’opera appositamente per lei e lancia un’entusiastica campagna di stampa.


Scolpita nell’ombra, la figura del “cittadino Kane” si staglia, plaudente a se stessa ed alla propria opera di pigmalione.


Il gigantismo narcisistico del marito, però, schiaccia Susan. Dopo un tentativo di suicidio, sfigurata dall’angoscia, ottiene da lui di poter abbandonare le scene.


La concessione ha, tuttavia, un altissimo prezzo. Kane seppellisce se stesso e la moglie in un buen retiro felicemente definito “mausoleo”. Susan, soffocata da quella gabbia dorata, si dà alla compulsiva ricomposizione di puzzles. Gioco che è la cifra di tutto il film, di quell’inchiesta cui manca fatalmente il tassello conclusivo.


L’abbandono decisivo di Susan scatena un dolore senza argini nel marito. Sembra trattarsi di (smisurato) orgoglio ferito, come rinfaccia la donna. Ma, allora, come interpretare quel finale Rosebud? È soltanto un pezzo mancante del puzzle? “Non basta una sola parola a spiegare tutta la vita di un uomo”.


L’esistenza di Kane si conclude con il rogo dei suoi ricordi, che, nella loro rinfusa, ricordano una sorta di città, tutta edificata con frammenti della sua personalità. Tra le fiamme del rogo, finisce proprio il tassello più importante: lo slittino con cui giocava da bambino, presso la casa della madre. Sul suo fondo, è scritto Rosebud.














NO TRESPASSING. Il cartello si staglia ai piedi del “mausoleo”, mentre un pennacchio di fumo allontana le ultime reliquie del mistero. Nemmeno il “quarto potere”, quella scrittura giornalistica ancora capace di fede positivistica, può andare oltre. In grado di ricreare il mondo, di influenzare milioni di pensieri, deve arrestarsi davanti all’enigma di un solo uomo.







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