martedì 13 settembre 2011

A Silvia Avallone

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Gentile Silvia Avallone, ieri ho terminato di leggere "Acciaio". Sto ancora rielaborando le (ottime) impressioni che mi ha lasciato. Del resto, trovo che in un romanzo sia apprezzabile soprattutto questo: la capacità di lasciare al lettore una miriade di punti interrogativi, come tante piccole porte. Verrebbe voglia di definire la tua opera "verista", per il vivido ritratto della realtà che descrive e l'evocazione di una piccola, vivissima comunità. Tuttavia, è evidente il soffio di sensibilità femminile che lo pervade e regge, cosa che lo distingue dal Verismo comunemente detto. Non si può dire che il romanzo sia basato sui "colpi di scena"; tuttavia, sorprendono i ruoli dei personaggi, che sembrano quasi rovesciarsi -in alcuni casi- nel corso della narrazione. Alessio, per esempio, sembrava una figura secondaria; invece, la sua morte profetizza la fine dell'acciaieria e precede la svolta nei rapporti fra le amiche. Lisa, la "sfigata", sarà invece colei che scriverà la storia e vi troverà un senso, addirittura vedendo più lontano delle protagoniste.
Interessante i paragoni, più o meno sottintesi, tra l'attività dell'acciaieria e gli istinti sessuali. Come se la lotta per la sopravvivenza, il lavoro duro e il desiderio primordiale salissero dallo stesso bacino magmatico.

Non è assente il simbolismo: si pensi alle "Alghe" che denominano la seconda parte del romanzo, testimoni e segni dell'amore ancora non confessato fra Anna e Francesca. In questo senso, il porto abbandonato dove le alghe regnano coinciderebbe con l'Es freudiano, la parte della psiche composta dalle pure pulsioni, quel rifugio dove "potevi anche spogliarti nuda e gridare le peggio cose, le parole oscene..." Non a caso Mattia, il fidanzato di Anna, avverte subito il carattere conturbante del luogo.
Il porto abbandonato è anche la dimora dei gatti randagi, che incarnano nel modo più icastico quella lotta per la sopravvivenza che pervade le vicende dei personaggi. La morte dell'operaio Alessio è accostata proprio a quella -assai simile- di un gatto, accidentalmente investito da un treno vergelle. L'episodio mostra chiaramente come la sorte di un uomo possa, talora, essere desolata quanto quella di un animale vagabondo e, come essa, feroce. Allo stesso tempo, ci sono significativi particolari che fanno da controcanto alla retorica della lotta di classe: Alessio muore non per una negligenza di chi dirige l'acciaieria, ma -indirettamente- proprio a causa dell'amore fra lui e la manager, Elena; inoltre, il conducente del treno vergelle era il suo migliore amico, lo stesso che aveva inoculato il germe della crisi nel rapporto fra le protagoniste. Come a dire che la causa di una disgrazia non è quella che sembra ovvia, ma si nasconde in una rete di rapporti invisibili.
Temo che molte cose, ancora, debbano essere dette, ma non possano in questo frangente. Del resto, "Acciaio" conterà ormai innumerevoli recensioni e commenti. Mi limito ad aggiungere un parere personale: il "personaggio scrittore" è Lisa... ma io non vi trovo nessuna somiglianza con Lei. ;-)
La ringrazio per l'attenzione e Le porgo cordialissimi saluti, nell'attesa di veder pubblicare nuove Sue opere. [...]Passerò sicuramente una splendida estate, anche se non sull'isola d'Elba, il "paradiso"... o forse, la vera "Urmutter" (madre primigenia) dei personaggi di "Acciaio", l'inizio e la fine delle loro storie diverse e centripete.


o                                                        (Su: Silvia Avallone, “Acciaio”, Rizzoli, 2010)

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