sabato 8 agosto 2015

Tolkien e pregiudizio

John Ronald Reuel Tolkien e la sua opera, in particolare Il Signore degli Anelli, sono un caso letterario in tutto il mondo. Dal 1965, anno in cui apparve l'edizione tascabile del suo capolavoro e ne esplose la diffusione, risultano vendute al 1990 venti milioni di copie in sedici lingue. Forse però soltanto in Italia il caso letterario si è intrecciato indissolubilmente con un presunto caso ideologico-politico, prevalendo alla fine il secondo sul primo. Infatti Il Signore degli Anelli nel nostro Paese a partire dal 1970 ha avuto in media quasi due edizioni all'anno, ma - fatto più unico che raro, tipico però per noi - ha assunto anche una coloritura ipercritica e negativa imposta da quell'intellettualità e da quel giornalismo che all'epoca spadroneggiavano nel senso letterale del termine. 

Oggi, che finalmente si fanno i conti con quella che è stata autorevolmente definita la «egemonia culturale» del comunismo italiano e, da parte di innumerevoli «pentiti», si ammettono i guasti dell'infatuazione estremista del Sessantotto, forse anche la rivisitazione del «caso Tolkien» può essere utile a far comprendere il clima inquisitorio in cui si visse almeno sino alla metà degli anni Ottanta a causa di una intelligentia faziosa e provinciale, di un giornalismo orecchiante e cinico, per i quali valeva soltanto ed esclusivamente il metro critico politico-ideologico per esaltare o viceversa condannare opere, scrittori, case editrici. Un metro critico - come tutti ben sanno, ma è bene ricordarlo ancora - che vedeva il bene e il capolavoro in qualsiasi cosa potesse essere classificata «di sinistra» (meglio se «comunista», «marxista-leninista», «rivoluzionaria», «progressista») e il male, il complotto, la strumentalizzazione, l'artificiosità, ecc. ecc. in tutto ciò che, anche larvatamente, poteva venir definito «di destra » (ergo, in crescendo: «conservatore», «reazionario» e naturalmente «fascista »). Il fatto stesso che a oltre vent'anni dall'uscita in italiano del capolavoro di Tolkien, a quasi venti dalla sua morte e alla vigilia del centenario della nascita, veda finalmente la luce la sua biografia più autorevole e completa, può essere considerato un doppio segno dei tempi: in negativo rispetto ad allora; in positivo rispetto a oggi.
Per cercare di comprendere il motivo per cui Il Signore degli Anelli venne inizialmente accolto dalla critica col silenzio e l'indifferenza e poi - man mano che anche qui da noi andava assumendo le vesti di un cult-book - con ironia sfottente, sospetto, diffidenza e infine con aperta ostilità, si dovrebbe ricostruire puntigliosamente e con precisi riferimenti l'intera atmosfera culturale italiana che si respirò soprattutto dal 1968 al 1979, ma poi anche sino alla prima metà degli Anni Ottanta, quando il cavallo di battaglia dell'intellettualità e del giornalismo progressisti era una indefessa crociata contro la «reazione culturale», uno spaventapasseri, uno spauracchio contro cui scaricare la tensione e l'attenzione dell'opinione pubblica di sinistra (moderata ed estrema), ma anche fra gli addetti ai lavori un metodo ricattatorio usato come grimaldello per giungere alle posizioni di potere editoriali, conquistarle, consolidarvisi e strumentalizzarle. [...]
Al lavoro pubblicistico di difesa da accuse assurde e immotivate, e a quello critico d'interpretazione dell'opera tolkieniana secondo un background culturale simbolico-tradizionale, venne posta infine l'etichetta complessiva e infamante di «fascista». Ecco, infine, la parola decisiva, l'accusa-chiave di fronte a cui si doveva restare annichiliti e muti: «fascisti» i suoi estimatori, «fascista» la casa editrice che lo pubblicava, «fascista» Tolkien stesso. [...] 
Il problema che si cominciò ad affrontare, che i più consapevoli e autocritici scoprirono, era (ed è ancora) estremamente semplice e consiste in quella che si potrebbe definire una mancanza di democrazia culturale nei nostri intellettuali, l'incapacità cioè - sotto il condizionamento della «egemonia culturale» laica e marxista - non solo di capire ma anche soltanto di accettare la presenza di autori dalle idee diverse, magari opposte alle loro: un «cattolico tradizionalista» come Tolkien, un «esoterista» come Meyrink, un «irrazionalista» come Eliade, un «imperial-nazionalista» come Mishima, «fascisti» come Pound e Marinetti, «razzisti» come Céline, «proto-nazisti» come Nietzsche eccetera eccetera eccetera. E questo perché, come si è accennato, il metro comune di giudizio era all'epoca (ma oggi la cattiva abitudine non è completamente scomparsa) quello politico-ideologico: chi non rientrava o non poteva essere incasellato nella griglia marxismo-progressismo e realismo-razionalismo, era inesorabilmente out. 


GIANFRANCO DE TURRIS

Introduzione a: Humphrey Carpenter, La vita di J.R.R. Tolkien, Milano 1991, Edizioni Ares.



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