venerdì 28 agosto 2015

Il Buddha (non) si è fermato a Berceto



Il pronto-bus si ferma vicino a un piccolo oratorio. Da lì, si diparte una stradicciola, che si snoda verso il fondo della valle. Intorno, ondulati paesaggi appenninici, col verde dei boschi, il giallo dei campi e delle balle di fieno, l’azzurro del cielo d’agosto.
            Mi trovo a Berceto, in provincia di Parma; frazione Pagazzano, località Prataiolo. Fra quei paesaggi nostrani, si trova un angolo di Giappone: il monastero zen Sanbo-ji, ovvero il “Tempio dei Tre Gioielli”, indicato su frecce in legno quasi anacronistiche.
Fu fondato dal maestro Tetsugen (al secolo, Carlo Serra), nel 1995, dopo Enso-ji “Il Cerchio” (monastero zen di Milano, 1988) e una scuola di Shiatsu (1990). Il sito è quello di una vecchia cascina; ma il giardino e la sala di meditazione sono stati costruiti in stile giapponese. Accanto alla foresteria, fa capolino il cantiere di una nuova sala. Tutt’intorno, salgono i boschi. Una piattaforma in cemento (per gli esercizi di respirazione all’aperto) guarda verso il punto in cui sorge l’alba fra i monti. Accanto alla cucina, un orto recintato mostra melanzane e altri ortaggi. Ciliegi e peri ombreggiano sedie e panchine. Questo luogo accoglierà monaci e visitatori per il “Ritiro zen di metà agosto”: due giorni di condivisione della vita monastica. 

Il maestro Tetsugen nacque a Milano nel 1953. La sua ricerca spirituale lo portò in Giappone, nel monastero Tosho-ji. Tornato in Italia, volle proporre un percorso simile al proprio agli occidentali, ma mantenendo la tradizione giapponese anche nella vita quotidiana: architettura, vestiario, alimentazione. Evitò, insomma, quell’ “internazionalità” tipica della globalizzazione che cancella le differenze culturali e toglie la possibilità di mettere in discussione le proprie abitudini – secondo le parole di Tetsugen stesso.
            Come lui, i monaci e i Bodhisattva (corrispondenti, all’incirca, ai “terziari” cristiani) sono italiani, ma con un nome giapponese ricevuto all’atto della loro adesione allo Zen.
            Gli ospiti vengono condotti in quella che era la casa dei contadini, un tempo – tracce della legnaia e della stalla sono rimaste al pianterreno. Uomini e donne, naturalmente, hanno alloggi separati. Le camere collettive con letti a castello e i bagni in condivisione resuscitano ricordi di colonie per bambini e campi-scuola giovanili. Qua e là, negli interni della foresteria, fanno capolino riproduzioni in miniatura di stampe giapponesi.
            Per quanto riguarda l’appartenenza religiosa degli ospiti, un novizio di Sanbo-ji mi ha preannunciato una certa varietà (compresi “neopagani” animisti e lettrici di tarocchi). Le prime due compagne di stanza a cui mi rivolgo non sono buddhiste e hanno una formazione cattolica, anche se non sembrano particolarmente ferventi. Un’altra porta una croce al collo. Mentre sono poco distante, le sento parlare di una signora musulmana che ha visitato il monastero tempo addietro.
           
La sera del mio arrivo è quella della Notte delle Lanterne, a Berceto. In collaborazione con il Comune, i monaci hanno scelto un laghetto sul quale liberare uno sciame di lanterne di carta. Esse sono state distribuite alle persone convenute, invitate a scriver sopra i paralumi il proprio messaggio benaugurante. Desideri e dediche si sono librati sullo specchietto d’acqua come un curioso stormo di anatre – un piccolo cielo di S. Lorenzo alla rovescia. Spirituale e profano si sono così mescolati, fra la suggestione dei lumi ondeggianti e i sapori dei salumi locali, consumati in quella piccola sagra.
            Il giorno dopo, la pagina è completamente voltata. La colazione si svolge in silenzio, fra the verde, pane integrale e biscotti vegetali confezionati dai monaci. Il pranzo è fortemente ritualizzato – dal modo di riporre le ciotole ai gesti per segnalare le dosi di cibo desiderate. I movimenti cadenzati e il raccoglimento uniscono i commensali in un tutt’uno armonico. Prima di cominciare i pasti, nessuno manca di porre un poco di pane o riso in scodelle apposite, come “offerta a tutti gli esseri”. Concretamente, quella parte di cibo sarà destinata agli uccelli e agli altri animali che frequentano il giardino. Dai boschi, scendono spesso anche due gatti lustri e pasciuti: una grigia striata e un rossiccio, vagabondi, ma – di fatto – parte del microcosmo di Sanbo-ji. Non mancano mai di venirsi a prendere un poco di cibo e coccole alle ore dei pasti. Anche noi ospiti li osserviamo, deliziati, e li riempiamo di mille vezzeggi.
            La sveglia è prima dell’alba ed è segnalata dal campanello di un monaco. Tutti si preparano alla svelta e si recano, scalzi, sulla piattaforma di cemento per gli esercizi di respirazione. Il controllo del corpo conferito da questa pratica dovrebbe renderci agili e potenti “come il leone di montagna”. Per quanto riguarda la sottoscritta, il risultato è ancora tutto da vedersi. Infine, seduti in meditazione sul cemento, assistiamo al sorgere del sole fra le montagne. Quel parto insanguina le nubi. 

            Le ore dei pasti sono scandite dal taku, uno strumento composto da due sbarre di legno che cozzano l’una contro l’altra. Le campane tibetane chiamano al raccoglimento in refettorio o alla meditazione nella sala. Più vasta di quella milanese che ho già descritto (Uqbar Love n. 122, 11 febbraio 2015, pp. 6-7), è sempre attrezzata con file ordinate di stuoie e zafu, cuscini da meditazione. In essa, ci si muove secondo tracciati ortogonali e nel gesto del gassho (il saluto a mani giunte). Gli occhi di chi entra fissano quelli del Buddha centrale, in fondo alla sala. Un sedile apposito segnala la posizione del maestro. In questo luogo, la pratica raggiunge il culmine della concentrazione, con la meditazione seduta (zazen) alternata a quella camminata (kinhin). La postura corretta e dignitosa è fondamentale. Tuttavia, il dolore alle gambe dei principianti li costringe a distenderle, ogni tanto. Il profumo terso e intenso dell’incenso giapponese imbeve l’aria.
            Sempre in questa sala, ci si raccoglie regolarmente per ascoltare gli insegnamenti del maestro, annotati sui personali “diari di bordo”. Si tratta di letture di racconti sapienziali di origine cinese, con relativi commenti.
            La tensione della pratica è spezzata da offerte di the e tisane, nel refettorio.
Durante il ritiro, vige il silenzio, anche nei dormitori e nel giardino. La mia testa è piena di vuoto, come d’acqua limpida. Strano a dirsi, non sento il bisogno di riempire le pause leggendo. Gli alberi, il cielo e i vialetti del giardino bastano alla mia attenzione. Sebbene quasi nessuno si rivolga la parola, non ci si sente mai isolati o ignorati. Si tocca così con mano cosa significhino le espressioni essere un tutt’uno e vivere nel “qui” e “ora”.
            Un’altra parola d’ordine è “consapevole”. “Lavoro consapevole”, “pranzo consapevole”: ogni aspetto della vita, anche il più minuto, è posto sotto il segno dell’essere attenti e presenti interamente a ciò che si sta facendo. Questo è il segreto di quella “pienezza di vuoto” che si è creata anche nella mia testa.
           
Alla fine del ritiro, ospiti e Bodhisattva si concedono una seratina “mondana” a Pagazzano. Una cena a base di pizza o specialità locali, a seconda dei gusti; poi, una salita all’unico bar della frazioncina. Ci si muove su per le viuzze, fra le mute case in pietra, il campanile, la fontana. All’arrivo, ci si siede in cerchio nel cortiletto del bar, sotto l’insegna in legno. Si assaggia un bicchierino di prugnolo, si scherza. Uno della compagnia propone alcuni simpatici giochi di prestigio con le carte. I più assidui frequentatori di Sanbo-ji ricordano passati ritiri e qualche episodio buffo. Il silenzio e il raccoglimento si sono sciolti. I nomi giapponesi dei Bodhisattva risuonano in quella cornice degna di Ermanno Olmi. Eppure, tutto è assolutamente naturale. Il giorno dopo, coloro che hanno imparato a “essere un tutt’uno” si divideranno fra quelli che partiranno e quelli che resteranno. Ma con la comune sensazione che il Buddha (non) si sia fermato a Berceto.

 Pubblicato su Uqbar Love, N. 147 (28 agosto 2015), pp. 21-22.

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