domenica 31 agosto 2014

Uomo del mio tempo

«Che orrore!» Così sbotta, scandalizzata, la madre (cinquantenne) davanti alle fotografie della figlia (ventenne) truccata come Brandon Lee nel film The Crow. «Tu devi metterti la testa a posto… Dovresti essere disgustata a veder queste cose, non goderne… C’è già tanto male nel mondo: a che serve inventarsene dell’altro? Se tu sei di questo umore, non ti voglio attorno… voglio cose positive attorno a me…»
«Ecco cosa si guadagna a essere sinceri» risponde la figlia, gelida.
«Se tu sei sincera, io sono libera di dirti la mia opinione!» guizza la signora, oltraggiata nei suoi diritti.
            Ebbene, a questa recente scena io voglio rispondere, senza farmi incantare dal fatto che quella madre sia una veterocasalinga con poche e affezionate idee, né dal fatto che sia tornata a far la gatta con la figlia poco dopo, come se avessero parlato del tempo. Perché non saper distinguere fra la legittima espressione di un’opinione (“Questa estetica non fa per me”) e la sferzata d’un giudizio morale è un grave difetto di civiltà. Un difetto diffuso nei “piccoli mondi antichi” della “brava gente”, quella che allontana da sé lo spettro dell’irregolarità e del delitto coi suoi “se la sono cercata”, “sono matti”, “che gli è saltato in testa?”. Questa “brava gente” è la stessa che ritiene una minigonna un delitto da punire con lo stupro, o l’omosessualità una devianza tanto pericolosa da doverla rendere quantomeno invisibile a livello socio-politico, se non la si può reprimere con un buon elettroshock o eliminare dalla faccia della terra. La violenza fisica –si sa- non è perbene. Meglio parlare alle spalle, lanciare frecciate velenose, frustare i figli nel profondo dell’anima, là dove non si sentono neppure i lamenti. E, se qualcuno si permette di far notare che questo fa male, è pronta la risposta: «Non piangerti addosso! Nessuno ti sta torcendo un capello».
            È facile levare lamenti su Sophie Lancaster, su quel tenero corpo straziato da un gruppo di balordi perché vestito di nero e fornito di piercing. I sorrisi di una donzella inteneriscono. Condannare chi picchia, scalpa e uccide è facile (si sa, tutto ciò non è perbene). Meno facile è accettare che quei “balordi”, in realtà, non siano alieni, ma esseri umani meno ipocriti di altri. L’odio verso una subcultura, un’estetica, una forma di diversità sociale innocua ma vistosa ha radici in quella normalità che si fonda sulla recinzione del proprio orticello di sicurezze. I cosiddetti “balordi”, nell’individuare le vittime, fanno scelte –guarda caso- combacianti coi pregiudizi più collaudati. In un certo senso, si sporcano le mani al posto delle comari e dei bravi padri di famiglia che si limitano a coltivare i paraocchi della prole, senza passare all’azione.
            Meno drammatico, ma altrettanto disgustoso (a mio vedere) è un altro episodio, avvenuto nello stesso anno della morte di Sophie a una sua conterranea: Samantha Goldstone. Di professione insegnante, nel tempo libero scriveva romanzi neogotici e teneva un sito a tema, sotto pseudonimo. Una volta scoperta l’identità fra la professoressa e la scrittrice, apriti cielo. I giornali si scatenarono a far di Samantha un’immonda creatura, come se fosse stata diversa da Bram Stoker, Anne Rice e gente similmente osannata. Povera Inghilterra, che tanto hai dato al genere letterario gotico…
            Questi tre casi (la ventenne truccata, Sophie Lancaster, Samantha Goldstone) mi fanno ripetere quelle parole di Salvatore Quasimodo: Sei ancora quello della pietra e della fionda,/uomo del mio tempo… Hai ancora bisogno dei roghi, nonostante tutto. Il progresso t’ha liberato dal vaiolo e dalla peste bubbonica, ma non dalla tua piccineria assassina.

Perché ogni normale uccide il diverso,
sia da tutti questo risaputo:
v’è chi lo fa con uno sguardo avverso,

chi con lusinghe viscide di sputo;
il brav’uomo con rimprovero perso,
l’ombroso nella lama d’un minuto.

Non aspettatevi senso della giustizia ed equanimità da chi si sente normale e giusto. Perché è esattamente quel tipo di persona a cui, sotto sotto, fanno comodo gli stupri e i pestaggi che puniscono i suoi fantasmi. La sua astensione dal crimine è pura vigliaccheria. E per fortuna è vigliacco, ci si può ridurre a dire. 
Contro questo genere d’obbrobrio umano voglio innalzare il canto d’Elettra e levare il mio stendardo luttuoso. Io sono macabra, ma tu sei morto, uomo del mio tempo. Sei morto ogni volta che uccidi te stesso nel tuo simile, per il bisogno di capri espiatori. E la tua incapacità di violenza non ti assolve: ti rende solo più viscido.

Vorrei venir con gli occhi della Morte
a spiarvi nel sonno,
quello per cui venduto avete l’anima.
Nemmen più vi disturba
il legno della Croce stretto in gola.
E così va avanti il vostro tran tran:
filtrar moscerini, inghiottir cammelli;
ogni tanto, lucidate con sputo
il vostro bel parquet di pelli umane.
Mi raccomando: quando passerà
sulla vostra strada un giovane pazzo
del suo vivere eretico,
fate i vostri scongiuri
e tornate, ve ne prego, a dormire
nel sego filisteo.
Sogni d’oro. Che possa
il vostro grasso esservi leggero.

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