domenica 17 marzo 2013

Ut mafia nobilitas


Nobile. È egli però possibile, animale, che tu non ti avveda di quanto celebri, quanto illustri, e quanto grandi uomini sieno stati questi miei avoli?
            Poeta. Io giurovi ch’io non ne ho udito mai favellare. Ma che hann’eglino però fatto cotesti sì celebri avoli vostri? Hanno eglino forse trovato la maniera del coltivare i campi; hanno eglino ridotti gli uomini selvaggi a vivere in compagnia? Hanno eglino forse trovato la religione, le leggi e le arti che sono necessarie alla vita umana? S’egli hanno fatto niente di questo, io confessovi sinceramente che cotesti vostri avoli meritavano d’essere rispettati da’ loro contemporanei, e che noi ancora non possiamo a meno di non portar riverenza alla memoria loro. Or dite, che hanno eglino fatto?
            Nobile. Tu dei sapere che que’ primi de’ nostri avoli prestarono de’ grandi servigi agli antichi nostri principi, aiutandoli nelle guerre ch’eglino intrapresero; e perciò furono da quelli beneficati insignemente e renduti ricchi sfondolati 22. Dopo questi, altri divenuti fieri per la loro potenza, riuscirono celebri fuorusciti 23, e segnalarono la loro vita facendo stare al segno il loro Principe e la loro patria; altri si diedero per assoldati a condurre delle armate in servigio ora di questo or di quell’altro signore, e fecero un memorabile macello di gente d’ogni paese. Tu ben vedi che in simili circostanze, sia per timore d’essere perseguitati, sia che per le varie vicende s’erano scemate le loro facoltà, si ritirarono a vivere ne’ loro feudi; ricoverati in certe loro rocche sì ben fortificate, che gli orsi non vi si sarebbono potuti arrampicare; dove non ti potrei ben dire quanto fosse grande la loro potenza. Bastiti il dire che nelle colline ov’essi rifugiavano, non risonava mai altro che un continovo eco delle loro archibusate, e ch’egli erano dispotici padroni della vita e delle mogli de’ loro vassalli. Ora intendi quanto grandi e quanto rispettabili uomaccioni fosser costoro, de’ quali tenghiamo tuttavia i ritratti appesi nelle nostre sale 24.
            Poeta. Or via, voi avete detto abbastanza dello splendore e del merito de’ vostri avi. Non andate, vi priego, più oltre, perché noi entreremmo forse in qualche ginepraio. Per altro voi fate il bell’onore alla vostra prosapia, attribuendo a’ vostri ascendenti il merito che finora avete attribuito loro. Voi fate tutto il possibile per rivelare la loro vergogna e per isvergognare anche voi stesso, se fosse vero, come voi dite, che a voi dovesse discendere il merito de’ vostri maggiori e che questi fossero stati i meriti loro. Io credo bene che tra’ vostri antenati, così come tra’ nobili che io ho conosciuti, vi saranno stati di quelli che meriterebbono d’essere imitati per l’eccellenza delle loro sociali virtù; ma siccome queste virtù non si curano di andar in volta a processione, così si saranno dimenticate insieme col nome di que’ felici vostri antenati, che le hanno possedute.
            Nobile. Or ti rechi molto in sul serio tu, ora.
            Poeta. Finché voi non mi faceste vedere altro che vanità, io mi risi della leggerezza del vostro cervello; ma, dappoiché mi cominciate a scambiare i vizi per virtù, egli è pur forza che mi si ecciti la bile. Volete voi ora che noi torniamo a’ nostri scherzi?
            Nobile. Sì, torniamoci pure, che il tuo discorso mi comincia oggimai a piacere; e quasi m’hai persuaso che questa Nobiltà non sia po’ poi così gran cosa, come questi miei pari la fanno.
          Poeta. Rallegromene assai. Ben si vede che l’aria veritiera di questo nostro sepolcro comincia ora ad insinuarvisi ne’ polmoni, cacciandone quella che voi ci avevate recato di colassù.
            Nobile. Sì, ma tu mi dei concedere, nondimeno, che io merito onore da te in grazia della celebrità de’ miei avi.
            Poeta. Or bene, io farovvi adunque quell’onore che fassi agli usurpatori, agli sgherri, a’ masnadieri, a’ violatori, a’ sicari, dappoiché cotesti vostri maggiori di cui m’avete parlato furono per lo appunto tali, se io ho a stare a detta di voi; de’ giusti, degli umani, de’ forti, de’ magnanimi, de’ quali non sono registrate le gesta nelle vostre genealogie perché appunto tali si furono e perché le sociali virtù non amano andare in volta a processione. Non vi sembra egli giusto che, se voi avete ereditato i loro meriti, così ancora dobbiate ereditare i loro demeriti, a quella guisa appunto che chi adisce un’eredità assume con essa il carico de’ debiti che sono annessi a quella? e che per ciò, se quelli furono onorati, siate onorato ancora voi, e, se quelli furono infami, siate infamato voi pure?
            Nobile. No certo, ché cotesto non mi parrebbe né convenevole né giusto.
            Poeta. E perché ciò?
            Nobile. Perché io non sono per verun modo tenuto a rispondere delle azioni altrui.
            Poeta. Per qual ragione?
            Nobile. Perché non avendole io commesse, non ne debbo perciò portare la pena.
            Poeta. Volpone! voi vorreste adunque godervi l’eredità, lasciando altrui i pesi che le appartengono, eh! Voi vorreste adunque lasciare a’ vostri avoli la viltà del loro primo essere, la malvagità delle azioni di molti di loro e la vergogna che ne dee nascere, serbando per voi lo splendore della loro fortuna, il merito delle loro virtù, e l’onore ch’eglino si sono acquistati con esse.”

GIUSEPPE PARINI


22 sfondolati: sfondati.

23 fuorusciti: banditi.

24 de’ quali tenghiamo… sale: motivo presente anche nel Giorno, in più luoghi.


Da: Giuseppe Parini, “Dialogo sopra la nobiltà”, in: Giuseppe Parini, Il Giorno. Le odi. Dialogo sopra la nobiltà, a cura di Saverio Orlando, Milano, 2008, BUR, pp. 333-335.

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