venerdì 29 maggio 2015

Lobby di qua, lobby di là...

Come ho accennato nel post Cavoli riscaldati, essere un anello di congiunzione fra due mondi può far incorrere in esperienze interessanti. Per esempio, quella di subire la stessa accusa da parte di due fronti diversi. Sorvolo su facili osservazioni come “molti nemici, molto onore” o “chi non fa nulla va bene a tutti”. In breve: quando ho sposato posizioni filocattoliche (solitamente, in materia di bioetica) ho ricevuto tacce di “lobbysmo” («La lobby vaticana priva le donne della libertà di autodeterminazione», ecc.). Quando ho parlato di “matrimonio egualitario”, “famiglie arcobaleno”, “omofobia”, riecco la famosa parolina: «Sono invenzioni della lobby gay!»
            Ora, a furia di sentirmi propinare la stessa minestra in situazioni tanto differenti, ho pensato bene di andare a conoscere ‘sta signora Lobby della porta accanto e di presentarla pure ai miei trentaquattro lettori (scusa, don Lisander, ma è esattamente il numero che compare sul blog). Per far bene le cose, vi piazzo, papale papale, la definizione tale quale compare su Treccani.it, per il Dizionario di Economia e Finanza:

“lobby
2012
di Giuliana De Luca
lobby  Termine inglese, utilizzato originariamente per indicare l’ingresso della House of Commons, dove i parlamentari incontravano il pubblico, che identifica i rappresentanti di un gruppo di interesse organizzato su base volontaria, i quali, agendo da intermediari con il sistema politico, mobilitano risorse nel tentativo di influenzare le scelte e promuovere gli interessi del gruppo stesso. Quando tale azione, sotto forma di comunicazioni e contatti (forma di azione convenzionale), o di campagne verso l’opinione pubblica, di finanziamento di campagne elettorali, di scioperi, di proteste organizzate (forma di pressione più forte) ha successo, l’articolazione degli interessi avanzati dalla l. si traduce in domanda politica. Il successo dell’azione di pressione e il raggiungimento degli obiettivi, specifici o generali, in termini di avanzamento di interessi (economici e non) o di preferenze morali, sono subordinati alla disponibilità di risorse di varia natura (economiche; numeriche; di influenza, intese come conoscenze personali, facilità di accesso alle sedi decisionali e ai canali di pressione rilevanti ecc.; conoscitive; organizzative o simboliche).
L’azione politica delle lobby. Le analisi elaborate nell’ambito della teoria delle scelte pubbliche hanno evidenziato che, modificando gli schemi degli incentivi (sanzioni/premi) e grazie alla sensibilità del governo ai finanziamenti, i gruppi di pressione dotati di mezzi economici e/o numerici rilevanti possono con facilità e frequenza ottenere dai politici programmi e azioni a loro favorevoli contro l’interesse comune. Ciononostante, quando i cittadini sono organizzati in più l. politiche, queste ultime finiscono per combattersi l’una con l’altra (common pool), senza riuscire a influenzare i programmi del partito al potere e lasciando di conseguenza al governo una certa autonomia.
Le lobby e l’interesse comune: due modelli a confronto. I gruppi di pressione possono concorrere al bene della democrazia nella misura in cui – agendo dall’interno delle istituzioni e non dal loro esterno, in quanto riconosciuti e regolamentati – la loro molteplicità e interazione diano luogo a una ‘competizione’ che realizzi un equilibrio tra spinte e pressioni contrastanti, volto al conseguimento dell’interesse generale (visione pluralista). Possono, al contrario, rappresentare un ostacolo o un pericolo per l’interesse generale, quando il processo democratico sia dominato da un numero esiguo di gruppi di pressione ‘speciali’ – ossia raramente regolamentati e articolati – che difendono interessi parziali, o quando, più in generale, lo Stato si ponga come unico detentore dell’interesse comune, che difende contro interessi particolari giudicati perturbatori, anche se tollerati (visione democratica classica). La prima visione coincide con il modello anglosassone e statunitense di lobbying, in cui si accorda legittimità alle attività dei gruppi di pressione; la seconda con il modello latino-francese, in cui tali gruppi difficilmente sono riconosciuti come elementi costitutivi della democrazia. I sistemi politici che hanno una regolamentazione specifica per l’attività di lobbying giudicata utile al dibattito politico sono 8: Australia, Canada, Commissione e Parlamento europei, Germania, Polonia, Stati Uniti, Ungheria e Taiwan.

Giuliana De Luca”

Direi che non c’è molto altro da aggiungere. Mi limito a sottolineare punto interessante nel mio caso: “Il successo dell’azione di pressione e il raggiungimento degli obiettivi, specifici o generali, in termini di avanzamento di interessi (economici e non) o di preferenze morali, sono subordinati alla disponibilità di risorse di varia natura (economiche; numeriche; di influenza, intese come conoscenze personali, facilità di accesso alle sedi decisionali e ai canali di pressione rilevanti ecc.; conoscitive; organizzative o simboliche).” Ergo, quando avrò i miliardi di un banchiere o i contatti di un cardinale, potrete ripassare per rompermi le scatole con ragione. Fino a quando sarò una blogger morta di fame, che si fa pagare qualche articolo ogni tanto su un mensile provinciale, sarò semplicemente una vostra concittadina che esprime in pubblico un parere, come vuole il regime di libertà di pensiero e parola che dovrebbe essere garantito dalla Costituzione. Anzi, pure la libertà d’associazione sarebbe un diritto tutelato dall’art. 18 Cost., come ricorda la Lobby dei Rompiscatole Critici. Il fatto che il mondo latino abbia tanta paura di questo tipo di azione politica dimostra semplicemente che, pur ostentando il culto della democrazia liberale, la maggioranza dei cittadini dello Stivale non ha il coraggio di realizzarla fino in fondo. La libertà (anche quella d'associazione) è rischio e chi vuole la bicicletta deve pedalare. O accettare in santa pace la presenza di lobby che si avvalgono di questa libertà, o mutare l'ordinamento del Paese: tertium non datur.
Del resto, tacciare qualcuno di lobbysmo è un modo vigliacco e semplificatorio per rifiutarsi di ascoltare la sua posizione e riconoscerne le motivazioni. Ma questo non sembra antidemocratico a nessuno…

Piuttosto che fare le pulci sulla “legittimità” a chi ha il fegato di prendere posizione, mettetevi in gioco voi stessi. E abbassate il ditino dietro il quale, su un fronte o sull’altro, cercate pietosamente di nascondervi.

"Fino a quando, o Catilina, la tua lobby abuserà della mia pazienza? (E non importa, se il termine non è stato ancora inventato...)"

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