domenica 13 luglio 2014

Gli argini del fuoco



«Bene… Ora, teorizzalo!»

Questa fu la risposta di una mia amica alla pubblicazione di In-esistenza. Teorizzare la bisessualità. Un’esigenza delle (non solo) sue rivendicazioni. «Tanti dicono che i bisessuali non esistono…» Si potrebbe riempire un’enciclopedia con le cose che “non esistono”. “Le lesbiche non esistono. È solo una fase. Devono solo trovare l’uomo giusto”. “I gay non esistono. Hanno solo bisogno di ‘cure’”. “Non esistono uomini o donne transessuali. Una donna resta una donna anche se si è fatta operare. Così pure un uomo. È il corpo a influenzare la mente, non il contrario”. E potremmo proseguire anche in altri ambiti: “Le donne goliarde non esistono. È impossibile che una donna abbia un atteggiamento goliardico”; “Non esiste un credente che pensa”; “Non esiste l’amicizia fra uomo e donna”. E via discorrendo. Ogni genere di ideologia o di formazione –a quanto pare- si arroga il diritto di stabilire cosa possa o non possa esistere. A questo atteggiamento già rispose magistralmente William Shakespeare, per bocca del suo celeberrimo Amleto:



There are more things in heaven and earth, Horatio,

Than are dreamt of in our philosophy.

(Hamlet, I, 5)



Percepire il limite delle capacità conoscitive umane, per l’appunto, non è proprio dell’ideologo. È dote di poeti e di mistici. A questo è dovuto il mio scetticismo verso l’uomo che se ne va sicuro, l’uomo troppo intero che custodisce le proprie certezze in una struttura cristallina. La mia profonda empatia e il mio omaggio vanno a chi ha tanto sfidato le convenzioni acquisite e finanche se stesso da aver toccato con mano le colonne d’Ercole della percezione e della ragione. Oppure, sono in sintonia coi bambini, per i quali tutto il mondo è nuovo e, perciò, ne hanno una comprensione illimitata. Lungi da me, venditori di certezze. Tutto ciò che avete non è che cenere, davanti all’infinito affresco del mondo. I vostri libri non sono che modi per rifuggire dallo sguardo diretto sulla realtà.

Purtuttavia, l’età che avanza (già, quasi venticinque anni…) mi costringe a rivalutare le costruzioni teoriche. Perché su quelle si basa qualunque progetto ad ampio respiro, qualunque rivendicazione. Senza un’intelaiatura ideologica, ci si può basare solo sul pressappochismo, sull’opportunismo e sul conformismo; oppure, su sentimenti più o meno forti, ma puramente personali e, quindi, scarsamente condivisibili. Ecco, dunque, che la concretezza proteiforme della realtà deve sapersi formulare anche a parole, nero su bianco. In questo senso, comprendo le preoccupazioni dell’amica di cui sopra e mi accingo a un atto che ha dell’ossimorico: trarre dai sentimenti una teoria.

Mentre ancora boccheggiavo nella contraddittorietà di quest’impresa, mi sono resa conto che qualcuno –più o meno intenzionalmente- già l’aveva avviata. Hanno riecheggiato, nella mia mente, le parole di Eva Cantarella a proposito di mitologia greca: “Eros non conosceva regole. Non che queste regole non esistessero, per i mortali. Al contrario, esistevano ed erano rigidissime: per limitarci al comportamento sessuale femminile, alle donne nubili, ad esempio, si chiedeva una rigorosa castità, e alle coniugate una non meno rigorosa fedeltà. Ma Eros non se ne curava e faceva nascere l’amore, indifferentemente, fra esseri mortali, dèi, figure semiumane, animali, uomini, donne… persino i fiumi si innamoravano, o le sorgenti. […] Inteso come forza divina, Eros non conosce limiti.” (1)  Il fatto che il patrimonio mitologico antico si esprimesse nel linguaggio del racconto e dei versi (anziché in quello del pamphlet o del saggio) non toglie nulla al suo spessore e alla profondità delle osservazioni in esso contenute. Le favole antiche avevano già colto la natura dell’Eros: un’energia che, come tale, può incanalarsi in diverse direzioni, spingere verso oggetti diversi. È quello che cerca di dire anche il sunnominato Shakespeare, coi sortilegi d’amore che intessono il suo Midsummer Night’s Dream. La regina delle fate che s’innamora d’un uomo dalla testa d’asino, grazie al succo erbaceo che le bagna gli occhi, è la metafora d’ogni essere umano alle prese con gli effetti della passione. Come a dire che, per una forza della natura, niente è innaturale.

Di che genere di energia si tratta? Così Platone faceva parlare Socrate, di nuovo attraverso un mito: “Quando venne al mondo Afrodite gli dèi si radunarono a banchetto e fra gli altri vi era anche Poro [Ricchezza], figlio di Metide [Assennatezza]. Dopo che ebbero banchettato […] venne Penia [Povertà] a mendicare […] Penia, dunque, tramando per la sua indigenza di concepire un figlio da Poro, si stese accanto a lui e rimase incinta di Amore. […] Amore […] poiché ha la natura della madre si trova a convivere sempre con l’indigenza. Secondo l’indole del padre invece sempre insidia chi è bello e chi è buono…” (2) (Simposio 203 b – 203 d). Amore –o Eros, per essere più esatti- è dunque la spinta a cercare in altri le qualità di cui si è mancanti, a placare una sete profonda o a realizzare una completezza, una comunione di vita. Questa energia può rimanere al grado di pulsione o evolversi in sentimenti più raffinati. Ciò che è sicuro è che l’Eros, presso gli esseri umani, non si riscontra mai “allo stato puro”, di forza senza regole e senza canali prestabiliti. Questo perché l’uomo vive coi propri simili in aggregazioni più o meno complesse, per la cui armonia l’Eros è sia una risorsa che una minaccia. Esso è paragonabile al fuoco: senza di esso, non sarebbe nata la civiltà, ma la sua natura lo rende intrinsecamente pericoloso. Ecco, dunque, che le comunità umane –a seconda delle forme che assumono- si debbono tutelare contro il rischio che Eros diventi esercizio di violenza, competitività esasperata per la conquista di un partner, veicolo di malattie, forma di dominio e circonvenzione. Allo stesso tempo, non possono rinunciare ad esso, sia perché l’Eros è connaturato all’uomo, sia perché è un potente fattore aggregativo. Non è da trascurare una cosa ovvia e basilare: dagli atti a cui Eros porta, scaturisce la nascita fisica. Anche da ciò deriva il duplice atteggiamento di valorizzazione e restrizione che le regole di ciascuna società adottano nei confronti del trasporto erotico. Nel momento in cui si definisce la struttura della famiglia, Eros diventa –al contempo- la fonte di questa cellula sociale e la forza che potrebbe disgregarla. Eros porta a costituire coppie e a generare figli, ma anche ad abbandonare i legami già instaurati per inseguire nuovi oggetti di desiderio. Oppure, può spingere a cercare una felicità personale a scapito di ciò che viene comunemente indicato come dovere. Queste problematiche sono state affrontate fin dagli albori della psicanalisi, dal celeberrimo Sigmund Freud. Si potrebbero citare numerosi titoli, più o meno famosi: La morale sessuale “civile” e il nervosismo moderno (1908) o Il disagio della civiltà (1929), per fare solo due esempi. Particolarmente interessante ai fini di questo post sono, però, alcune asserzioni contenute in uno scritto semisconosciuto: Psicogenesi di un caso di omosessualità femminile (1920). In esso, Freud afferma: “L’esperienza mi ha insegnato che l’adempimento di questo compito –l’eliminazione dell’inversione genitale o omosessualità- non è mai facile. Ho costatato al contrario che esso può essere assolto solo in circostanze particolarmente favorevoli, e, anche in questi casi il successo è consistito essenzialmente nel far sì che la persona esclusivamente omosessuale ritrovasse l’accesso (che fino allora le era precluso) al sesso opposto, e cioè ripristinasse pienamente le sue funzioni bisessuali. […] Dobbiamo rammentare che anche la sessualità normale si fonda su una limitazione nella scelta dell’oggetto; in generale l’impresa di trasformare un omosessuale pienamente sviluppato in un eterosessuale non offre prospettive di successo molto migliori dell’impresa opposta…” (3) Più avanti, parlando della ragazza su cui si focalizza lo scritto, l’autore afferma: “La sua ultima scelta [la signora di cui la ragazza era innamorata] [...] non corrispondeva solo al suo ideale femminile, ma anche a quello maschile, conciliava in sé il soddisfacimento dell’aspirazione omosessuale con quello dell’aspirazione eterosessuale. Com’è noto, l’analisi di uomini omosessuali ha messo in risalto più volte questa stessa coincidenza, il che dovrebbe esserci di stimolo a non concepire la natura e la genesi dell’inversione in maniera troppo semplicistica e a non perdere di vista l’universale bisessualità degli esseri umani.” (4) Ancora: “In tutti noi la libido [la manifestazione psichica dei bisogni sessuali dell’essere umano] oscilla normalmente, per tutta la vita, tra l’oggetto maschile e quello femminile; lo scapolo rinuncia alle sue amicizie quando si sposa, e ritorna alle vecchie abitudini quando il suo matrimonio è diventato insipido.” (5) Di nuovo: “Anche nella persona normale bisogna che trascorra un certo periodo di tempo prima che abbia luogo la decisione definitiva riguardo al sesso dell’oggetto d’amore. Infatuazioni omosessuali, amicizie esageratamente intense e con un’impronta sensuale sono normalissime per entrambi i sessi nei primi anni dopo la pubertà. Questo fu anche il caso della nostra ragazza, nella quale, però, queste inclinazioni si rivelarono indubbiamente più forti e durevoli che in altri adolescenti. […] la sua libido si era suddivisa assai per tempo in due correnti, di cui la più superficiale può essere chiamata tranquillamente omosessuale.” (6) Verso la conclusione, Freud indica come fatto fondamentale scoperto dalla ricerca psicoanalitica il seguente: “…in tutte le persone normali è possibile rintracciare, accanto all’eterosessualità manifesta, un grado assai considerevole di omosessualità latente o inconscia.” (7)

Sorvolo su espressioni come “normale” o “inversione”, che urteranno sicuramente una larga fetta di lettori odierni. Esse –così come il tentativo di eliminare l’omosessualità in qualcuno- fanno parte della mentalità e dell’epoca in cui Freud era immerso. Ciò che interessa è vedere come, dalla mitologia antica alla psicanalisi moderna, sia stata osservata la pluridirezionalità (almeno potenziale) del desiderio amoroso. Questa è la considerazione che si profila: l’Eros, polimorfo per propria natura, verrebbe a incanalarsi in direzioni preferenziali, a causa della storia personale di ciascuno e/o per esigenze collettive alle quali l’individuo umano verrebbe profondamente sensibilizzato attraverso l’educazione. Alla polarizzazione affettivo-sessuale dell’essere umano, naturalmente, contribuiscono anche inclinazioni individuali –ma queste meriterebbero una trattazione a parte.

La bisessualità, dunque, non solo esiste, ma non è neppure tanto difficile da spiegare. Essa è l’espressione di caratteristiche intrinseche all’Eros: la fluidità, l’oscillazione, la stratificazione in correnti più o meno superficiali. Guizzante e indomabile come il fuoco, al pari di esso l’Eros può essere incanalato in focolari o fucine, ma senza perder nulla della propria natura inafferrabile.

Alla luce di questo, verrebbe da dire che a essere anomali o artificiosi sono proprio gli orientamenti sessuali troppo netti. Ma lascio ad altri –per ora- il compiacimento di provocare.



(1)     Eva Cantarella, L’amore è un dio. Il sesso e la polis, (“Varia”), Milano 2007, Feltrinelli, pp. 15-17.

(2)     Platone, Tutte le opere, (“I Mammut”), Roma 2009, Newton Compton, p. 879 (trad. dal greco di Gino Giardini).

(3)     Sigmund Freud, “Psicogenesi di un caso di omosessualità femminile”, in: Opere, vol. 9, Torino 1989, Bollati Boringhieri, p. 145.

(4)     Ibid., p. 151.

(5)     Ibid., p. 152.

(6)     Ibid., p. 163.

(7)     Ibid., p. 165.


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