giovedì 15 maggio 2014

Il paradosso del fuoco



Qualcuno si domanda cosa io trovi nei film sui vampiri. Io rispondo: un linguaggio duttile ed efficace per parlare di aspetti inconfessabili dell’essere umano. Nel caso di Countess Dracula (La morte va a braccetto con le vergini, 1971), l’aspetto esaminato è la ricerca della felicità. Essa –inutile dirlo- è una tematica frequentatissima da cinema e letteratura. Raramente, però, il suo aspetto sinistro emerge come da questo film.

            Esso è la versione romanzata della vita della contessa Erzsébet Báthory (1560 – 1614), accusata d’aver assassinato centinaia di ragazze per ringiovanire grazie al loro sangue. Che ciò fosse malattia mentale o calunnia, la figura della contessa è diventata topica nella letteratura sui vampiri.

            Nella pellicola, compare ormai anziana e vedova di recente. A confronto con lei è posta la memoria del defunto marito, circondata da un’aura di venerabilità e munificenza. Tanto più per questo spicca l’arida crudeltà della protagonista. Il decesso del marito sembra averla gettata in uno stato di morte affettiva. È questa a far maturare il suo animo di assassina, prima ancora degli sviluppi successivi.


            La svolta arriva insieme a un giovane, benvoluto dal defunto conte. Con lui torna giovane anche il cuore della vedova. Per poter godere del ritorno alla vita, però, è necessaria una lunga catena di sacrifici: quelli delle vergini il cui sangue rigenera la bellezza sfiorita della contessa. A ciò si aggiunge una lunga impostura: l’innamorato è convinto d’amare la figlia della vedova. Questa ambiguità è la stessa del rapporto, che è allo stesso tempo quello fra due amanti e quello fra madre e figlio. In ciò sembra consistere il segreto per la fatalità dell’amore: un ritorno al complesso edipico.

            Davanti all’insostenibile intrico della situazione, la protagonista risponde con una frase disarmante: «Sono felice».


            L’inganno e gli omicidi proseguono grazie a due aiutanti. Uno è l’uomo che ha amato la contessa per vent’anni, attendendo la sua vedovanza. Lui rappresenta un’alternativa alla felicità crudele e precaria della contessa. Tuttavia, si sottomette al suo volere, ammaliato dal corpo rifiorito di lei. Quando comprenderà che la sua felicità gli è stata sottratta senza speranza, lui diverrà la chiave di volta del dramma.

            Più inquietante ancora, però, è la figura della nutrice. Mite e devota, assiste impassibile la contessa nei ripetuti omicidi. La sua spiegazione riecheggia quella della protagonista: «Volevo vederla felice». Una sorta di egoismo paradossale implicito nella dedizione materna. La sua collaborazione con l’assassina si spezza solo davanti a un affetto più viscerale.

            Il film sfiora anche la tematica del rapporto feudale. A render possibile tutto quel versamento di sangue sono la necessaria sottomissione dei contadini alla signora che li protegge e la loro condizione di sua “proprietà”.

            La ricerca della felicità, in un contesto di potere e di deserto affettivo, non è dunque altro che una forza divorante –e, alla fine, divora se stessa. Come il fuoco, che, bruciando ogni cosa senza fermarsi, finisce per estinguersi.

4 commenti:

  1. Non ho mai visto questo film ma da grande appassionata di cinema e soprattutto di quei personaggi che rendono il passato un po più interessante e colorato (in questo caso rosso sangue), lo guarderò di sicuro.

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    1. In bocca al lupo (o alla contessa?), dunque! ;)

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  2. lessi un libro, tempo fa (libro che ora fa parte della mia enorme biblioteca). Si intitola "la contessa nera" di Rebecca Johns....credo sia abbastanza veritiero; insomma, non è un romanzo ma una ricostruzione storica abbastanza attendibile.
    Sei sempre molto brava; ciao Erica

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    1. Caro Michele, molte grazie del consiglio bibliografico... e del complimento. :) Sei sempre troppo gentile.... ;)

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