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Oppenheimer: il dio del nuovo millennio


Ora sono diventato morte, il distruttore di mondi. 

Questi due versi della Bhagavadgītā, parte del grandioso poema indù Mahābhārata, sono divenuti celebri grazie all'attesissimo film Oppenheimer (2023; regia di Christopher Nolan). 

Fonte: Mymovies.it

La suggestiva citazione proviene da un discorso che il fisico americano avrebbe pronunciato veramente, commentando la sua epocale invenzione: la bomba atomica. 


Sapevamo che il mondo non sarebbe mai più stato lo stesso. Qualcuno scoppiò a ridere, un paio si misero a piangere, ma la maggior parte di noi rimase in silenzio. Fu allora che mi tornò in mente quella frase del Bhagavadgītā, il testo sacro indù, nella quale Vishnu cerca di ricordare al Principe i suoi doveri. Per convincerlo, il dio assume la sua forma con quattro braccia ed esclama ‘Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi’. Bene o male, credo che allora lo pensassimo tutti. 


I "doveri" in questione consistono nel far la guerra ai propri stessi parenti, cosa a cui il Principe è chiamato nel poema. Se è vero che siamo tutti "parenti", in quanto egualmente umani, non è difficile pensare a come questo senso di "fratricidio" deve aver pesato sulle spalle dello scienziato. Nel film, Robert Oppenheimer viene rappresentato quasi come il "sovrano" del villaggio segreto ove si svolge la creazione dell'ordigno. Bene o male, l'incarico di inventare "l'arma risolutiva" della Seconda Guerra Mondiale è stato l'apice del suo potere. L'eguaglianza dell'uomo col divino grazie alla scienza e i rischi di ciò sono temi finanche abusati. Eppure, non possiamo liberarcene. Sono semplicemente troppo attuali.

Non dev'essere un caso che il film sul creatore della bomba atomica sia uscito nelle sale proprio quando l'incubo atomico è tornato scottante. Da quel fatidico 1945, l'invenzione di Oppenheimer è stato "il dio nascosto" che ha guidato i nostri destini. L'imperativo della pace e della collaborazione fra i popoli, il "no" a nazionalismi e imperialismi devono molto alla paura dell'ordigno apocalittico. 

Nel film, il protagonista si trova a ponderare il rischio di una reazione a catena che incendierebbe l'atmosfera, al momento dello scoppio della bomba. In tal caso, l'unica soluzione sarebbe comunicare coi nazisti e metter fine di alla guerra di comune accordo, per non arrivare alla distruzione del mondo intero. Si vis pacem, para bellum: a quanto pare, il famoso "mondo migliore" a cui si aspira ha bisogno della paura, per essere realizzato. La paura di un Dio che manderà l'Apocalisse, un Dio reale fatto da mano d'uomo. Una volta di più, la Morte è maestra di vita e lo è a livello internazionale. Eppure, Lei (di per sé) non insegna niente. Esiste e basta, è Necessità pura e senza didascalie. 

Oppenheimer  è un film che parte dalla Storia per arrivare alla dimensione cosmica, a sfiorare il senso di "qualcosa di  incommensurabile" che non può essere nemmeno chiamato "Dio" - perché gli dei pensati dall'uomo non sono che bambole, davanti alla potenza senza nome risvegliata dal fisico americano. Si sente, in questo film, l'eco del Nolan di Interstellar (2014), quello che parla di scienze per raccontare le sfide esistenziali dell'uomo. E lo fa ancora una volta con un sottofondo di epica. Raccontare la storia di un uomo per raccontare quella dell'umanità. Se l'epica è ancora possibile oggi, lo è in film come questi. C'è tutto: l'eroe grandioso e tormentato, il nemico che causa la sua caduta, l'uomo di potere senza scrupoli, l'amore, la tragedia ricordata per generazioni... Sperando che ci siano posteri a cui consegnare tutto questo. 

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