venerdì 15 novembre 2013

Incontri ravvicinati d'un nuovo tipo


Il mio penultimo incontro con militanti di estrema destra non è stato esattamente qualcosa di equilibrato e fraterno. Pertanto, se non fosse stato per A., non avrei mai avuto occasione di scrivere queste righe.
Io e A. ci conoscemmo litigando su un social network. La mia prima reazione nei suoi confronti fu d’esasperazione per la sua pedanteria e il suo… ehm, talento antidiplomatico. Notai in lui, però, anche una cultura sterminata e profonda, che non poté fare a meno di colpirmi –anche per via della giovane età di A. Il nostro rapporto si ammorbidì più tardi, un po’ perché ci scoprimmo entrambi goliardi (quindi, “fratelli”), un po’ perché A., dal vivo, è un pezzo di pane. La prima volta che abbiamo avuto occasione di incontrarci di persona, gli sono saltata al collo e mi sono tenuta avviticchiata al suo braccio per quasi tutta la mattinata. Il mio attaccamento da “sorellina” era già bell’e maturo.
Quando ho saputo che lui avrebbe tenuto l’introduzione d’un convegno non lontano da Pavia, mi sono procurata in un lampo i biglietti del treno. A. vive e studia abbastanza lungi dai miei paraggi, oltre a tenersi in contatto con la fidanzata all’estero. Non avrei potuto perdermi un’occasione di salutarlo –almeno, ora che il suo mordente di polemista, ai miei occhi, era ampiamente smussato dalla sua carezzevole ironia e dal suo arrossimento facile.
L’ho raggiunto nella sede dell’ateneo dove il convegno si sarebbe tenuto. Mi ha presentato i due ragazzi che erano con loro: un altro relatore e un redattore del blog Campari e De Maistre. Come di rito, abbiamo preso un caffè al bar dell’università. Uno della compagnia si è prontamente diretto alla cassa per lo scontrino: «Lasciate stare, ho trovato 5 euro per terra…» Per un attimo, ha fatto capolino il fantasma di Renzo Tramaglino: “Eccolo, il caffè della Provvidenza!”
C’era ancora un bel po’ di tempo da sfilacciare, prima del convegno. A. combatteva contro il sonno. Aveva avuto notizia della data dell’evento non più di quattro giorni prima e aveva preparato il proprio intervento praticamente di notte. Si trattava di “qualche appunto sul PC, arrangiato in tempi stretti e su temi lontani dal suo campo di studi” (si sarebbero rivelati 45 minuti di cenni storici fittissimi. Vatti a fidare dei secchioni…). La compagnia ha deciso di andare a trascorrere l’attesa in un’aula che, per A. e gli altri due ragazzi, doveva essere “casa, dolce casa”, ma che, per me, era la Luna.
In uno spazio non certo generoso, cercavano di stiparsi tutti i simboli e le bandiere possibili e immaginabili: croci d’ogni foggia e dimensione, spade, manifesti neofuturistici, eroi dei fumetti in reinterpretazioni “postmoderne”, fotografie in bianco e nero, rimembranze di vittime di odio politico, guizzi di Romanticismo tedesco. L’unico logo a darmi un appiglio a una realtà conosciuta è stato quello di Azione Universitaria. «C’è qualunque cosa, qui… E chi li sa interpretare tutti, questi simboli?» ha constatato A., con pacata rinuncia. Eravamo in circa dieci persone là dentro: un numero in aumento costante. Situazione abbastanza comune, peraltro, nelle sedi di associazioni studentesche. Due ragazze scrivevano al computer; un giovanotto dall’aria curatissima e démodée mi ha sorriso. Più tardi, si sono aggiunti, fra gli altri, un uomo alto e magrissimo e un ragazzo ben piantato, con pantaloni mimetici e bicipiti sorridenti. A. e uno degli amici parlavano delle proprie disavventure sul web. «Mi ha detto: “Vengo a spaccarti la testa, fascista di m***a!”» raccontava uno di loro. «Mentre gli stavo rispondendo, mi ha cancellato dai contatti Facebook».
Nel frattempo, sono venuta a sapere che l’uomo magro era uno dei fondatori di un sito e di un gruppo editoriale di cui fa parte anche il fidanzato di una mia amica. Un’amica di data abbastanza vecchia che, ultimamente, non ho più modo di incontrare. Ho chiesto di lei all’uomo, affidandogli anche i miei saluti per lei. Probabilmente, saluti gettati al vento, dato che, la sera, un suo SMS mi ha precisato che lei ha chiuso i contatti con me per l’ “incompatibilità dei nostri modi di vedere”. Un riferimento alla mia adesione ad Arcigay Pavia.
Davanti al mio evidente smarrimento in quel caleidoscopio di simboli, l’uomo mi ha fornito una chiosa eloquente: «Qui, si radunano tutti quelli che non si riconoscono nelle tendenze prevalenti... Tutti i “matti del villaggio”» ha riassunto, con serena ironia. Ciò spiegava la loro ospitalità nei miei confronti. Sebbene nessuno di quei loghi fosse mio, di certo “matta” ero e sono. La mia dichiarata fedeltà all’Unione Degli Universitari non ha impedito all’uomo di ringraziarmi per la presenza al convegno (della quale avrebbe dovuto essere ringraziato A., a rigore). Da quel pomeriggio, ho raccolto un altro tassello dei paradossi della vita: mentre vecchie amicizie rompono i contatti con me per “le mie idee”, persone fra le quali non mi sentirò mai “a casa” mi aprono il proprio prezioso angolo senza avermi mai visto prima. L’ “insostenibile tolleranza” degli “estremisti”.

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