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Visualizzazione dei post con l'etichetta civiltà

Śiva e Dioniso

Parlare di Śivaismo significa parlare di possibilità affossate - ma rimaste latenti - nella spiritualità occidentale. Significa scoprire le radici di quel disagio della civiltà a cui Sigmund Freud ha dedicato una delle proprie opere più famose - e apprendere la buona novella della sua superabilità. Di questo si è occupato Alain Daniélou , nel suo saggio: Śiva e Dioniso. La religione della natura e dell’eros (Roma 1980, Astrolabio-Ubaldini Editore).             Alain Daniélou (1907-1994) studiò musica e si dedicò alla pittura; alla fine degli anni ’20, conobbe molti protagonisti delle avanguardie (fra cui Cocteau, Nabokov, Stravinskij). Viaggiò in Nordafrica, Medio Oriente, Indonesia, Cina, Giappone. Si fermò in India, dove collaborò col poeta Rabindranath Tagore. Per più di vent’anni, studiò la musica classica indiana, il sanscrito, l’hindi, la filosofia e la cultura tradizionale dell’India. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, fondò...

Libera nos a caritate

Fioccano le polemiche sugli aspetti più controversi di Madre Teresa . Nel frattempo, continuano quelle sul burkini , salutate sui social network da un coro di “poverine”, “bisogna aiutarle”, sono “condizionate dalle loro cultura”. Due questioni così diverse confluiscono, però, in un unico punto: quel sentimento della “carità” tanto osannato, senza che se ne vedano i pericoli.             Le persone che, finora, mi hanno maggiormente funestato l’esistenza sono proprio i campioni della “carità”, le "donne Prassedi" . Coloro per i quali io, povera femminella provinciale, non avevo certo la maturità e gli strumenti intellettuali per decidere da me quale religione praticare o di chi innamorarmi. Coloro che si facevano rappresentanti di “una cultura del rispetto e della diversità”, ma mi davano della “strana” e della “pazza” per il mio essere una gothgirl attratta da eremi e abbazie.         ...

Il gioco della civiltà

“Ero stato nominato governatore di un villaggio di mille anime, una metropoli di capanne, di zebù, e di palme, al centro di una immensa foresta nel cuore di tenebra dell’Africa. Il giorno del mio insediamento avevo fatto venire nel mio bungalow il capo locale, e attraverso la mediazione canora di un interprete, gli avevo annunciato l’avvento della legge. Sapevo, per notizie pescate in un libro di antropologia, che quel popolo barbaro praticava la tortura. Il nemico catturato veniva sottoposto a mille supplizi prima di essere messo a morte con un colpo di lancia ben «mirato». L’etnologo, che aveva studiato il fenomeno, era giunto a una singolare conclusione, e cioè, dichiarava che il prigioniero chiedeva lui stesso di subir le sevizie, e le più atroci, per dimostrare ai nemici la sua forza d’animo; la sola cosa che temeva veramente era morire come una donnetta, in modo indolore, e, quindi, disonorevole. Dato che la giustizia, e la civiltà, non conoscono latitudini, abolire questo rit...