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Visualizzazione dei post con l'etichetta rispetto

Rispetto, rispetto...

“Porta rispetto”. Oppure, “Devi provare sulla tua pelle”. Due tormentoni tipici di chi, ovviamente, non si sogna di praticarne il contenuto.              Il primo tipo umano a cui appartengono è perennemente inviperito, magari anche a ragione, ed è in grado di impiegare il linguaggio umano sostanzialmente per una cosa: sfogare le pulsioni di pancia. Perché “ha vissuto, ha esperienza, sa cosa vuol dire questo e quello”. Gli altri, evidentemente, sono tutti cretini o ectoplasmi. Afferma che “non odia nessuno”, ma si effonde in espressioni scandalizzate o mima il vomito, ogni volta che tratta di negri, froci, giudei e travoni. Ovviamente, si stupisce pure, se subisce censure quando si esprime pubblicamente in cotal modo. Perché solo a lui è consentito offendersi e reagire. Magari, ha pure studiato o viaggiato molto. Ma - data la sua ribadita chiusura mentale - vien voglia di chiedere a cosa sia servito. Quando si cerca di im...

Di cosa stiamo parlando?

Ieri, ho avuto la gioia di rimettere piede in un circolo che, per ragioni logistiche, non posso frequentare troppo spesso. Abbiamo parlato di sessualità – e una persona che conoscevo bene ha affermato che non vedeva il bisogno d’avere una morale, fatta eccezione per il rispetto reciproco. Benché io abbia taciuto, mi è squillato un campanello nella testa. Cosa c’era di strano? Solo ora, dopo un poco di riflessione, so rispondere.              Ho sentito troppe volte una frase del genere uscire dalle labbra di chi si è vantato d’aver più volte tradito l’anima gemella, che ne soffriva. O dalla bocca di chi si è trovato un buon partito “per sistemarsi, perché è pieno di soldi” – continuando, nel frattempo, ad avere avventure intime di ogni genere, all’insaputa del “buon partito”. O anche dalla stessa lingua che ha divulgato la mia privacy alla persona sbagliata. Mi sono dunque detta: di cosa stiamo parlando?   ...

Suolo e nuvole

" Milano, 1 marzo 1932 Antonello, le tue parole mi hanno fatto male, tanto, tanto; ma sono molto calma e vedo senza turbamento quanto di vero mi hai detto e voglio tentare di spiegarti, se ancora mi vuoi ascoltare e la mia voce non ti è ormai fastidiosa, quanto di non vero tu pensi dell'anima mia. [...] Io oggi non so più se tu allora raccogliesti le mie parole; ma allora mi sembrò che veramente qualche cosa di duro si sciogliesse tra noi e te lo dissi - ti rammenti? - e piangevo di dolcezza e tu non mi dicesti, come ora, che il piangere mi fa brutta, ma così mi dicesti: 'Stellina, sei più bella quando pensi delle cose come queste' e mi baciasti la fronte... Ed ora mi accusi di insincerità. Che cosa hai ora da rimproverarmi che allora non esisteva?... [...] Tu non ammetti che oggi si senta e si creda vera una cosa e che domani la si riconosca falsa? Oppure pensi che, pur riconoscendo sbagliato uno dei nostri atti passati, questo atto ci obblighi a credere a...

Parola per parola

«Uuh, c’è uno che ti piace, allora? Vuoi che ti diamo il suo numero? Vuoi che gli parliamo? Ma dai… perché non dici niente? Siamo amiche, no? Non fare la stronza…»              Ecco uno spaccato della tipica conversazione fra ragazze della stessa compagnia, in età dai 13 anni in su. Nonché il motivo per cui evitavo come la peste, da adolescente, i gruppi totalmente al femminile. C’entrava la mia educazione, improntata a una riservatezza quasi claustrale. Col passare degli anni, ho superato quell’embargo troppo rigoroso e ho fatto emergere maggiormente la mia naturale faccia di bronzo. Ma sempre mantenendo un intimo fastidio per un certo tipo d’atteggiamento: il porre la confidenza assoluta e incondizionata come pegno dell’amicizia.             «Perché non mi hai detto che sei uscita con quella persona? Come mai non hai invitato anche me? Perché sei passata in quel p...

Rispetto