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Visualizzazione dei post con l'etichetta monologhi

Leggendo “E poi boh… - Monologhi di una giovane Incoscienza”, di Marinella Mariani

  Quel qualcosa a cui tieni in particolare implica all’istante la coscienza circa il fatto di esaurire le forze per un valido motivo dacché emozionale, a differenza di quel che t’impaurisce, ovvero la necessità di sfidare l’andazzo terreno alquanto incolore, nelle sembianze di una persona che si suole dire “acqua e sapone” ma che vorrebbe tanto chiudersi nel suo privato… situazione dalla quale si può trarre una pellicola cinematografica, e magari con la direzione di Dario Argento che sarebbe eccome in grado di esaltarla.  L’interrogativo che si assume l’esclusiva travolgendo la logica in proprio abbraccia il desiderio di appisolarti quando si fa buio… in effetti l’immaginario andando oltre comporta l’emozione da vivere sensibilmente spaziando all’inverosimile, cosa che c’entra niente con uno stadio dentro cui sopra un manto verde si scannano due squadre composte da 11 calciatori spremuti da interessi materiali per un’ora e mezza circa, in alternativa alla band che si esibisc...

La libertà di Gertrude

Le tue bambole avevano tutte lo stesso abito. Così pure le immagini che guardasti più tardi. Ogni volta che si parlava di te, la certezza del tuo futuro destino era unanime. Non era forse bello vivere così, senza mai litigare?             Sei stata cresciuta nel posto in cui si supponeva ti saresti collocata per tutta la vita, fra mille carezze persuasorie. Non hai mai dovuto affrontare l’incertezza del futuro. Quando i tuoi grilli di adolescenza hanno rischiato di allontanarti dalla buona strada, nessuno ha dato peso a ciò. È stato come se non fosse successo niente. Sei stata fortunata a nascere fra persone tanto comprensive…             Certo, c’è stata quella punizione amarissima, per il tuo abbozzo di tresca con un paggio… Ma quella era doverosa, da parte nostra. Dobbiamo pur insegnarti a distinguere il bene e il male.        ...

Assolo notturno

Mi lascio alle spalle il cancello umido d’inverno. Nel vicolo cieco, penetra la luce di lampioni lontani. Una figura, in fondo alla viuzza, si stringe al cellulare. Scivolo accanto ai resti cariati di un rustico, alle finestrelle di quella che deve essere stata una stalla. Sorpasso la figura –una donna bassa, infelicemente inguainata in un tubino e nei collant.             Il chiarore dei lampioni, ora, mi raggiunge, senza illuminarmi. La sera fradicia e precoce di dicembre mi avvolge come un abito. Finalmente, sento di essere quello che sono: uno spettro pulsante in uno habitat d’ombre.             Proseguo lungo la via principale –una scorciatoia invitante si apre al mio fianco, ma la ignoro. Mi guardano case sempiterne, dai portoni di legno o dagli usci scheggiati, con finestre alte e mute ormai care ai piccioni Ma, ora, di piccioni non se ne vedono.   ...