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Il castello e il bue

Da una parte, la Castiglia del XVI secolo; dall’altra, un’eco del mondo rurale indiano e cinese. Diverse tradizioni spirituali – non esclusa quella sufi – hanno sentito il bisogno di rappresentare l’evoluzione dell’esperienza mistica sotto forma d’un percorso. A essere diverse sono le metafore scelte per farlo, tratte dai vari contesti quotidiani e concreti. Mi è perciò venuta la curiosità di accostare il Castello interiore di S. Teresa d’Avila (1515-1582) ai Dieci Quadri sulla Cattura del Bue (XII sec. d.C.).             Il primo è lo scritto più sistematico lasciato dalla mistica spagnola e descrive il cammino verso Dio (nascosto nel centro dell’anima) come l’attraversamento di sette dimore di un castello (l’anima umana, appunto). La seconda è una serie di dipinti che ha conosciuto diverse versioni, con aggiunte successive; essa rappresenta la ricerca di un bue da parte del contadino che l’ha smarrito. I Dieci Quadri rien...

L'alba a Occidente

Dopo I tre pilastri dello Zen, Philip Kapleau torna su queste pagine con: La nascita dello Zen in Occidente, Roma 1982, Ubaldini Editore [tr. it. di: Zen. Dawn in the West, New York 1978 – 1979, Anchor Press. Traduzione italiana a opera di Nazareno Ilari]. Stavolta, l’autore si presenta direttamente nelle vesti di roshi (“venerabile maestro”), intento a esporre negli Stati Uniti il frutto del proprio percorso spirituale in Giappone. Ciò significa venire a patti con le necessità dell’ambiente accademico, assai lontano da quel che è la pratica dello Zen. Questa tradizione rifugge dai discorsi dotti e si affida alla meditazione, come veicolo concreto per raggiungere l’illuminazione (la caduta delle illusioni, compresa quella dell’esistenza di un “ego”). Parimenti, i roshi, in Giappone, deprimono l’egotismo degli allievi, dando risposte che deludono le loro aspettative intellettualistiche e tendono al massimo il loro iniziale senso di frustrazione. Nel libro, invece, vediamo un Kapleau...

Otto moderne esperienze sull’illuminazione

Sanbo-ji - Eremo zen di montagna a Berceto (PR) La parola “illuminazione” sa d’arcano, per il lettore occidentale medio. Essa evoca un Estremo Oriente vagamente connotato da templi e campane tibetane, coi suoi saggi decantati, ma “inattuali”.             Per questo, Philip Kapleau si premura di esporre otto esperienze modernissime di cosa sia l’illuminazione nel Buddhismo zen. Lo fa nel suo saggio The Three Pillars of Zen (Anchor Press, New York, 1965). In Italia, è stato tradotto da Nazareno Ilari: I tre pilastri dello Zen. Insegnamento, pratica e illuminazione, (“Civiltà dell’Oriente”), 1981, Ubaldini Editore.             Il cap. 5 riporta i resoconti scritti degli interpellati: K. Y., funzionario giapponese; P. K., ex-uomo d’affari americano; K. T., giardiniere giapponese; C. S., impiegato governativo giapponese in pensione; A. M., insegnante americana; A. K., assi...

Il sottile inganno - 3

“Un’antica massima Zen dice che restare attaccati alla propria illuminazione è una malattia in tutto simile al possesso di un ego eccessivamente attivo. In effetti, più è profonda l’illuminazione, più grave sarebbe questa malattia. Nel caso di Yaeko io ritengo che i sintomi più evidenti sarebbero dovuti scomparire nel giro di due o tre mesi, quelli meno evidenti, nel giro di due o tre anni e quelli più insidiosi, entro sette o otto anni. Tali sintomi sono meno gravi in chi possiede un animo gentile come Yaeko, ma in alcune persone sono veramente ripugnanti. Coloro che praticano lo Zen dovrebbero guardarsene con cura. La mia stessa malattia è durata circa dieci anni. Ahimè!” Da: Philip Kapleau, I tre pilastri dello Zen, (“Civiltà dell’Oriente”), Roma 1981, Ubaldini Editore, p. 296.

Il sottile inganno - 2

“Chi pensa di essere buono e compassionevole non possiede nessuna di queste qualità. Il fatto che voi non siate più cosciente di questi sentimenti dimostra quanto profondamente essi siano radicati in voi.             Vi sono molte persone che passano la vita ad aiutare i bisognosi e a sostenere quei movimenti che si propongono il miglioramento della società. Questo fatto non dovrebbe essere disconosciuto. Ma la loro ansia radicale, causata dalla falsa opinione di sé e dell’universo, non trova conforto e tormenta il loro cuore privandoli di una vita ricca e felice. Coloro che sostengono e si impegnano in tali attività di miglioramento sociale si considerano, consciamente o inconsciamente, moralmente superiori e perciò non si preoccupano di purificare la propria mente dall’avidità, dall’ira e dai pensieri sorti dall’illusione. Ma viene il momento in cui, spossati dalla loro incessante attività, non possono più nascondere a se stess...

Il sottile inganno

“A rigor di termini, persino il Bodhisattva Kannon si può dire che è attaccato alla compassione, altrimenti sarebbe un Buddha libero da ogni attaccamento. Chi si lascia ossessionare dall’idea di aiutare gli altri si sente costretto a recare aiuto a quanti potrebbero farne invece a meno. Consideriamo una persona povera che conduce una vita semplice. Offrirle delle ricchezze inutili al suo modo di vivere la porterebbe alla rovina. Questo non sarebbe affatto amore. Un Buddha è compassionevole, ma non è ossessionato dal desiderio di salvare gli altri.” Da: Philip Kapleau, I tre pilastri dello Zen, (“Civiltà dell’Oriente”), Roma 1981, Ubaldini Editore, p. 112.