È presupposto generalmente accettato che un “giovane” desideri “cambiare il mondo”: luogo comune che non pochi studenti di belle speranze si affannano a confermare. A me, detto pregiudizio sembra di non lunghissima data. A parte la scapestrata gioventù di Plauto , o i clerici vagantes insofferenti a dogmi ed ascesi, pochi esempi remoti mi sovvengono. Probabilmente, il tòpos di cui sopra non ha preso veramente piede se non dopo stagioni come la Beat Generation o il Sessantotto . Prima, si ritrovano, più che altro, il rovesciamento carnevalesco volutamente effimero ( Gaudeamus igitur,/iuvenes dum sumus... ), il beffardo gioco di spirito ( Cecco Angiolieri docet ) o certo “progressismo” culturale di nicchie privilegiate ( Catullo e i poetae novi ). La figura del “giovane ribelle” è, plausibilmente, tota nostra: di noi figli del secondo dopoguerra. “Ribelle”, poi, fino a un certo punto, perché la stragrande maggioranza dei miei coetanei non rivoluziona granché. Anzi, ...
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