Passa ai contenuti principali

"Il lutto si addice ad Elettra" secondo Davide Livermore

Una ragazza indossa un velo da lutto davanti a una finestra. Ha gli occhi chiusi e il capo chino. Immagine creata dall'intelligenza artificiale per rappresentare "Il lutto si addice ad Elettra".
Un classico è una storia che può essere narrata infinite volte, sempre nuova e sempre riconoscibile. Tale è la vicenda degli Atridi, il casato di Agamennone: il mitologico re di Micene che guidò la guerra degli Achei contro i Troiani. Poco simpatico a chiunque, il personaggio ha anche la pecca di discendere da una genealogia a dir poco disastrata. Il padre Atreo iniziò col fratello Tieste una faida che si protrasse di generazione in generazione. Da questo groviglio di vendette e incesti, non si salvò praticamente nessuno della famiglia. Ma siamo sicuri che storie del genere riguardassero solo i miti antichi? 

Il drammaturgo americano Eugene O'Neill (1888 - 1953) sapeva che non era così. Visse in un'epoca in cui non c'era ancora una tradizione teatrale statunitense. Così, iniziò a crearne una, ispirandosi ai classici antichi e alle pièces di Henrik J. Ibsen, Anton P. Čechov e J. August Strindberg. I risultati di questa inusuale commistione furono straordinari. In particolare, ebbe successo Il lutto si addice ad Elettra (Mourning Becomes Electra), rappresentato per la prima volta a Broadway nel 1931.

Il regista Davide Livermore l'ha portato sulle scene italiane fra il 2025 e il 2026. In particolare, parliamo della rappresentazione al Teatro Sociale di Brescia del 1 febbraio 2026. Livermore (come sempre) si è riconfermato capace di comunicare ai moderni le emozioni "antiche", in uno spettacolo di grande potenza drammatica.

 

"Il lutto si addice ad Elettra": trama

 

Il dramma di Eugene O'Neill è strutturato come una trilogia, sul modello dell’Orestea di Eschilo. È ambientato nel New England. La Guerra di Secessione (1861-65) si è appena conclusa o sta per concludersi. Le vicende riguardano la famiglia di Ezra Mannon, un generale nordista che è precedentemente stato giudice.

Suo padre cacciò di casa il fratello, dopo aver scoperto la sua relazione con l'istitutrice di casa. Quell' "amore ancillare" era stato giudicato scandaloso per la disparità di classe. Il rancore del vecchio Mannon per il fratello “senza onore” si spinse fino a radere al suolo la magione di famiglia e a farne costruire una nuova. I suoi discendenti, quindi, vivono in una casa fondata sull’odio.

            All’inizio della pièce, Ezra è ancora lontano per via della guerra e così pure il figlio minore, Orin. A casa, sono rimaste la moglie Christine e la figlia maggiore, Lavinia. Quest’ultima è chiusa in un umore cupo e apparentemente inspiegabile. Gradualmente, si scopre che la ragazza è innamorata del maturo Adam Brant, capitano di una nave mercantile. Quest’ultimo, però, è l’amante di Christine, alla quale Lavinia ha sempre conteso anche l’amore del padre. Come se non bastasse, Adam è il figlio di quell’ “amore ancillare” che condannò alla damnatio memoriae lo zio paterno di Ezra. Il peccato originale si identifica con l’eros, nella società puritana di cui i Mannon sono fiori ammirati.

Quanto alle due donne, i rapporti tra madre e figlia sono sempre stati freddi: la giovane è troppo simile a Ezra, di cui la moglie si è disgustata presto, dopo la prima notte di nozze. Orin, invece, è legatissimo a Christine, al punto da esserne morbosamente geloso. Cosa succederà, quando padre e figlio torneranno dalla guerra? Non è troppo difficile immaginarlo. Ma lo spettatore rimane comunque a fiato sospeso. I novelli eroi tragici sognano un amore innocente e felice, accostato nella loro immaginazione a una sperduta isola tropicale. Desiderando il paradiso, sprofondano sempre più nell’inferno da loro creato, prigionieri di quella casa costruita dall’odio fraterno, come a suo tempo lo fu Agamennone della faida fra Atreo e Tieste. Al posto del Fato antico, ci sono le scoperte della psicanalisi: la vicenda è guidata dal complesso di Edipo e da quello di Elettra, che prende proprio il nome dal personaggio corrispondente a Lavinia, la figlia di Agamennone e Clitennestra.


Una ragazza bionda, con un lungo abito bianco, siede sul pavimento in una casa lussuosa del primo Novecento. Immagine creata per rappresentare "Il lutto si addice ad Elettra".



 

La regia di Davide Livermore a Brescia

 

Al Teatro Sociale di Brescia, lo spettacolo del 1 febbraio 2026 si è aperto con una spiacevole sorpresa: Marco Foschi, che avrebbe dovuto interpretare Orin, era assente per gravi motivi di salute. Al posto suo, è andato in scena lo stesso regista, Davide Livermore. Questo era il resto del cast: Elisabetta Pozzi (Christine), Paolo Pierobon (Ezra), Linda Gennari (Lavinia), Aldo Ottobrino (Adam), Carolina Rapillo (Hazel, fidanzata di Orin) e Davide Niccolini (Peter, fidanzato di Lavinia). Il regista si era occupato anche delle scene. Ad assisterlo nella regia, c’era Mercedes Martini.

            Vale la pena di ricordare che Elisabetta Pozzi aveva interpretato Lavinia nello storico allestimento di Luca Ronconi del 1997. Il suo ritorno nel cast di Il lutto si addice ad Elettra può essere visto come un ideale omaggio a esso.

            La traduzione e l’adattamento del lunghissimo dramma erano stati curati da Margherita Rubino. I costumi erano stati realizzati da Gianluca Falaschi; le musiche erano a cura di Daniele D’Angelo, le luci di Aldo Mantovani. Lo spettacolo era stato co-prodotto dal Centro Teatrale Bresciano e dal Teatro Nazionale di Genova.

L’ambientazione storica era stata spostata dalla Guerra di Secessione al secondo dopoguerra. Il fondale della scena era costituito da un grande specchio, che doveva appunto rispecchiare la mente distorta dei personaggi. Il nero era il colore prevalente ed era abbinato al viola negli abiti di Christine. Persino i fiori portati da quest’ultima per “rallegrare la tomba di famiglia” erano neri. Tinte diverse da queste erano riservate ai personaggi ignari, come l’innocente Hazel e il buon Peter, quantomeno prima che la passione per Lavinia iniziasse a renderlo infelice. Del resto, il lutto si addice ad Elettra, come recita il titolo.

            La trasposizione della tragedia greca in un dramma borghese primonovecentesco era più che riuscita. C’era un che di cinematografico nelle scene, forse perché rendevano con realismo e cura dei dettagli materiali il contesto storico. Anche le luci e la colonna sonora contribuivano a questo “effetto cinema”. Ciascuna parte della trilogia era introdotta dal gracchiante annuncio di una radio dei tardi anni ’40, accentuando la patina vintage di cui parlavamo.

            Davanti agli occhi dello spettatore, scorrevano lusso e claustrofobia, ipocrisia e sofferenza, passione e odio, senza soluzione di continuità. Adulterio, vendetta e sentimenti incestuosi colpivano come pugni nello stomaco, eppure suonavano stranamente familiari. Forse, era un effetto della trasposizione temporale: tragedia greca, Guerra di Secessione, prima metà del Novecento erano uniti dagli stessi drammi, dagli stessi personaggi, senza che si avvertisse alcuna dissonanza. Ha davvero senso parlare di “epoca”, davanti ai conflitti che la psicanalisi ha scoperto connaturati nel genere umano? Lo spaventoso imbuto da Inferno dantesco in cui i personaggi vanno sprofondando è aperto sempre e a chiunque. Mentre si crede di liberarsi dalle catene generazionali, esse si stringono intorno a noi. Mentre si ricerca la felicità, si prepara la propria rovina. Nessun altro esito è possibile, finché si inseguono le passioni preparate per noi da qualcun altro, dai suoi errori e dal suo odio. I Mannon ripetono per più generazioni l’errore di evitare la verità, per salvare le apparenze: per questo, a tale orribile verità non riescono a sfuggire. Solo la consapevolezza e il cambio di direzione rispetto al passato possono (forse) salvarci. È però più facile sentir riecheggiare l’angoscioso grido di Elettra/Lavinia:

 

Ma perché i morti non possono morire?

 

Commenti