Il drammaturgo americano Eugene O'Neill (1888 - 1953) sapeva che
non era così. Visse in un'epoca in cui non c'era ancora una tradizione teatrale
statunitense. Così, iniziò a crearne una, ispirandosi ai classici antichi e
alle pièces di Henrik J. Ibsen, Anton
P. Čechov e J. August Strindberg. I risultati di questa inusuale commistione
furono straordinari. In particolare, ebbe successo Il lutto si addice ad Elettra (Mourning Becomes Electra), rappresentato
per la prima volta a Broadway nel 1931.
Il regista Davide Livermore l'ha portato sulle scene italiane fra il 2025 e il
2026. In particolare, parliamo della rappresentazione al Teatro Sociale di Brescia del 1 febbraio 2026. Livermore (come
sempre) si è riconfermato capace di comunicare ai moderni le emozioni
"antiche", in uno spettacolo di grande potenza drammatica.
"Il lutto si addice ad Elettra": trama
Il dramma di Eugene O'Neill è
strutturato come una trilogia, sul modello dell’Orestea di Eschilo. È ambientato nel New England. La Guerra
di Secessione (1861-65) si è appena conclusa o sta per concludersi. Le
vicende riguardano la famiglia di Ezra
Mannon, un generale nordista che è precedentemente stato giudice.
Suo padre cacciò di casa il
fratello, dopo aver scoperto la sua relazione con l'istitutrice di casa. Quell'
"amore ancillare" era stato giudicato scandaloso per la disparità di
classe. Il rancore del vecchio Mannon per il fratello “senza onore” si spinse
fino a radere al suolo la magione di famiglia e a farne costruire una nuova. I
suoi discendenti, quindi, vivono in una
casa fondata sull’odio.
All’inizio
della pièce, Ezra è ancora lontano
per via della guerra e così pure il figlio minore, Orin. A casa, sono rimaste la moglie Christine e la figlia maggiore, Lavinia. Quest’ultima è chiusa in un umore cupo e apparentemente
inspiegabile. Gradualmente, si scopre che la ragazza è innamorata del maturo Adam Brant, capitano di una nave
mercantile. Quest’ultimo, però, è l’amante di Christine, alla quale Lavinia ha
sempre conteso anche l’amore del padre. Come se non bastasse, Adam è il figlio
di quell’ “amore ancillare” che condannò alla damnatio memoriae lo zio paterno di Ezra. Il peccato originale si identifica con l’eros, nella società
puritana di cui i Mannon sono fiori ammirati.
Quanto alle due donne, i rapporti tra madre e figlia sono sempre stati freddi: la giovane è troppo simile a Ezra, di cui la moglie si è disgustata presto, dopo la prima notte di nozze. Orin, invece, è legatissimo a Christine, al punto da esserne morbosamente geloso. Cosa succederà, quando padre e figlio torneranno dalla guerra? Non è troppo difficile immaginarlo. Ma lo spettatore rimane comunque a fiato sospeso. I novelli eroi tragici sognano un amore innocente e felice, accostato nella loro immaginazione a una sperduta isola tropicale. Desiderando il paradiso, sprofondano sempre più nell’inferno da loro creato, prigionieri di quella casa costruita dall’odio fraterno, come a suo tempo lo fu Agamennone della faida fra Atreo e Tieste. Al posto del Fato antico, ci sono le scoperte della psicanalisi: la vicenda è guidata dal complesso di Edipo e da quello di Elettra, che prende proprio il nome dal personaggio corrispondente a Lavinia, la figlia di Agamennone e Clitennestra.
La regia di Davide Livermore a Brescia
Al
Teatro Sociale di Brescia, lo spettacolo del 1 febbraio 2026 si è aperto con
una spiacevole sorpresa: Marco Foschi,
che avrebbe dovuto interpretare Orin, era assente per gravi motivi di salute.
Al posto suo, è andato in scena lo stesso regista, Davide Livermore. Questo era il resto del cast: Elisabetta Pozzi (Christine), Paolo Pierobon (Ezra), Linda Gennari (Lavinia), Aldo Ottobrino (Adam), Carolina Rapillo (Hazel, fidanzata di
Orin) e Davide Niccolini (Peter,
fidanzato di Lavinia). Il regista si era occupato anche delle scene. Ad
assisterlo nella regia, c’era Mercedes
Martini.
Vale la pena di ricordare che
Elisabetta Pozzi aveva interpretato Lavinia nello storico allestimento di Luca Ronconi del 1997. Il suo ritorno nel
cast di Il lutto si addice ad Elettra può
essere visto come un ideale omaggio a esso.
La traduzione e l’adattamento del lunghissimo
dramma erano stati curati da Margherita
Rubino. I costumi erano stati realizzati da Gianluca Falaschi; le musiche erano a cura di Daniele D’Angelo, le luci di Aldo
Mantovani. Lo spettacolo era stato co-prodotto dal Centro Teatrale Bresciano e dal Teatro Nazionale di Genova.
L’ambientazione
storica era stata spostata dalla Guerra di Secessione al secondo dopoguerra. Il fondale della scena era costituito da un grande specchio, che doveva appunto
rispecchiare la mente distorta dei personaggi. Il nero era il colore prevalente ed era abbinato al viola negli abiti di Christine. Persino
i fiori portati da quest’ultima per “rallegrare la tomba di famiglia” erano
neri. Tinte diverse da queste erano riservate ai personaggi ignari, come l’innocente
Hazel e il buon Peter, quantomeno prima che la passione per Lavinia iniziasse a
renderlo infelice. Del resto, il lutto si
addice ad Elettra, come recita il titolo.
La trasposizione della tragedia
greca in un dramma borghese
primonovecentesco era più che
riuscita. C’era un che di cinematografico
nelle scene, forse perché rendevano con realismo e cura dei dettagli materiali
il contesto storico. Anche le luci e la colonna sonora contribuivano a questo “effetto
cinema”. Ciascuna parte della trilogia era introdotta dal gracchiante annuncio
di una radio dei tardi anni ’40, accentuando la patina vintage di cui parlavamo.
Davanti agli occhi dello spettatore,
scorrevano lusso e claustrofobia,
ipocrisia e sofferenza, passione e odio, senza soluzione di continuità. Adulterio,
vendetta e sentimenti incestuosi colpivano come pugni nello stomaco, eppure
suonavano stranamente familiari. Forse, era un effetto della trasposizione
temporale: tragedia greca, Guerra di Secessione, prima metà del Novecento erano
uniti dagli stessi drammi, dagli stessi personaggi, senza che si avvertisse
alcuna dissonanza. Ha davvero senso
parlare di “epoca”, davanti ai conflitti che la psicanalisi ha scoperto connaturati
nel genere umano? Lo spaventoso imbuto da Inferno dantesco in cui i personaggi
vanno sprofondando è aperto sempre e a chiunque. Mentre si crede di liberarsi
dalle catene generazionali, esse si stringono intorno a noi. Mentre si ricerca
la felicità, si prepara la propria rovina. Nessun altro esito è possibile,
finché si inseguono le passioni preparate per noi da qualcun altro, dai suoi
errori e dal suo odio. I Mannon ripetono per più generazioni l’errore di
evitare la verità, per salvare le apparenze: per questo, a tale orribile verità
non riescono a sfuggire. Solo la
consapevolezza e il cambio di direzione rispetto al passato possono (forse) salvarci.
È però più facile sentir riecheggiare l’angoscioso grido di Elettra/Lavinia:
Ma perché i morti non possono morire?


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