lunedì 21 settembre 2015

Maschera nuda

Dico a te. 

Sì, proprio a te, che hai dimostrato di seguire questo blog, anche se affermi che “ora come ora, non ti interesso più di tanto”. A te, che hai detto che lo uso per scrivere “quello che mi fa comodo”: ovvero, per pubblicare quello che penso e il mio punto di vista, come ho sempre fatto. Però, quando stavi cercando di accattivarti la sottoscritta, tutto questo era abilità di scrittrice.
            Una cosa ammetto: da un paio di mesi, le mie considerazioni sono ispirate alle incomprensioni che ho subito da parte tua. Lo schermo del blog è un modo per sfogarmi e rielaborare allo stesso tempo, mettendomi a nudo davanti ai lettori. È questo che tu hai chiamato “il mio comodo”, o il mio “scarico di coscienza”. Mi spiace per te, ma io non ho un bel niente da scaricare dalla mia coscienza, checché tu ti sia ficcato in testa.
            Hai definito così anche il mio tentativo di risvegliare la tua parte ragionante, di farti vedere che comprendevo la tua prospettiva, ma che non potevi guardare solo quella. Da un po’ di tempo a questa parte, la tolleranza e la dialettica dei tuoi amici sono sempre vigliaccheria e ipocrisia, per te. Basta che qualcuno osi scambiarsi un parere su di te che non sia del tutto elogiativo, perché tu lo accusi di parlarti alle spalle. Neppure Tarquinio il Superbo era così sospettoso sugli eventuali cospiratori. E tu – stai pur tranquillo! – non sei nemmeno lontanamente influente e in vista quanto lui. In compenso, credi ciecamente a una persona che ti sfrutta per il proprio utile, così come fa con chiunque, senza nemmeno darsi pena di nasconderlo. Ma tu la tratti come un angelo caduto a cui ridare le ali. Poi, gli illusi e i romanticoni sarebbero gli altri…
            Visto che la mia bontà e il mio (nonostante tutto) affetto verso di te sono stati disprezzati con insulti, ho deciso di metterli da parte. E di mettere da parte anche le considerazioni generali, per andare dritta al punto.
            Quando ci siamo conosciuti, eravamo accomunati da una scarsa stima in noi stessi e dalla preoccupazione di doverci costruire un futuro. Solo fra noi potevamo sfogarci pienamente, senza timore di essere considerati irritanti o bambocci. Questo ha costruito una sincera solidarietà. Ma non una vera parità. Ti sei accorto – mi pare – che io avevo fatto di me stessa una bambola, incapace di fare un passo senza domandare il tuo oracolo. Ma non avevi capito che una persona nelle mie condizioni non poteva prendere decisioni durature . C’erano bensì, da parte mia, interessi profondi, come quello verso il tuo circolo, la tua spiritualità e gli intellettuali che conoscevi. Ma qui finiva quello che consideravi “il mio mutamento”. Sei stato folle a pensare che qualcuno potesse rinnegare famiglia, vissuto, formazione, fede, solo per un periodo in cui era depressa e con l’autostima ai minimi storici. Mi hai detto che sono “superficiale”, perché ho fatto osservazioni disincantate sul tuo anticlericalismo da adolescente e sulla tua volontà di nascondere la storia della tua religione agli occidentali – segreto di Pulcinella! Sapessi quanto sono ricercati su Google, dall’Italia, i link che ho pubblicato…
Se di superficialità si deve parlare, è superficiale chi nega la propria fede e la propria formazione per un momento di scoraggiamento o per paura della “brutta figura con i consoci”. È superficiale chi si approccia alla religione come a qualcosa di astorico, di slegato dalle istituzioni o – viceversa – di strumentalizzabile a piacimento. Se questo è il tuo atteggiamento, corri ai ripari, invece di giudicare chi non conosci realmente.
            Ho ripescato un brano di Casa di bambola di H. Ibsen. Nemmeno questo è un caso. Come la Nora del dramma, ho vissuto – per circa un anno – presentandoti atti di bravura. Tutte le discussioni in cui m’imbarcavo su Facebook, o quelle che facevo con te, erano modi per dimostrarti che ero alla tua altezza. Povera pazza. Non eri migliore di me. Eri solo più bravo a nascondere le tue fragilità e le tue incoerenze. Pur di compiacerti e sentirmi superiore a me stessa, mi schieravo pubblicamente contro la persona di cui mi andavo innamorando, ostentando un’inimicizia insanabile nei suoi confronti. Cosicché, quando non ho più potuto mentire a me stessa, ho fatto la figura della banderuola su tutti i fronti. Ma non importa. Non inseguirò più la “bella figura” con nessuno. Così come non lo facevo prima di incontrarti.
Mi hai accusato di essere cieca sui miei familiari, di essere troppo condiscendente nei loro confronti. Ma tu, dei miei rapporti con loro, conosci soltanto quelle quattro sciocchezze che ti dicevo per sfogo, come i ragazzini. Sappi, ora, che non ho mai “preso per oro colato” quello che dicevano. Nemmeno quando ero bambina, perché ero una bastian contraria nata. Sì, questo è vero: sono una bastian contraria. Ma, per tua norma e regola, quando scrivo qualcosa in pubblico, lo faccio perché lo penso veramente. Con tutta me stessa. Se non ti va, problemi tuoi. Io non sono più una bambina. Mentre tu non sei nemmeno riuscito a capire che è finita l’età per fare il goliardone e per essere scusato in tutte le tue reazioni spropositate. Se qualcun altro si permette di mostrarti una ferita sentimentale o d’orgoglio, tu lo condanni settanta volte sette. Ma fai peggio di lui e pretendi pure di essere capito. Secondo te, uno – in pochi mesi – dovrebbe aver dimenticato qualunque sentimento verso la persona che ha amato e per cui ha sofferto quasi otto anni. Ma, se si tratta di te, ti senti autorizzato a fare scenate a una tizia con cui sei uscito per un annetto, senza impegno. Se qualcuno evita uno scandalo o un litigio inutile, è da te giudicato vigliacco. In compenso, fai scherzi puerili alle persone che disprezzi, senza nemmeno metterci la faccia tua, o credi di poter nascondere segreti di Pulcinella sui movimenti a cui aderisci. Ti sei sentito in dovere di farmi sapere che hai un’amichetta che ti fa la spia sugli affari miei, come fosse cosa di cui vantarsi. Mi hai sbattuto in faccia il telefono più volte, senza ricordarti che hai condannato senza appello qualcun altro che l’ha fatto con te – e con più ragione. Vuoi che gli amici siano franchi, eppure – se provano a contraddirti, a muoverti qualche rimprovero – li investi con un fiume di parole e rigiri tutto quanto con la forza della lingua. Senza contare che ti senti in diritto di far sopportare i tuoi continui sfottò e le tue fissazioni. Poi, chi è che fa i propri comodi?
Ti senti una brava persona perché ti preoccupi per l’umanità. Ma quelli che pensano all’ “umanità” si rapportano con un fantasma. La statura morale si misura col prossimo, ovvero con chi ti vive accanto, in carne ed ossa, con il proprio carico di difetti e fastidi. In questo, non sei esattamente un campione. Per vivere con gli altri, hai bisogno di zittirli e pretender da loro un grado di fiducia che tu non ti sogni manco di concedere a terzi. Questo non è un rapporto. L’hanno imparato meglio di te quei “provinciali” a cui ti senti superiore. Perché, per sapere cosa significhi vivere con gli altri, bisogna vederli in faccia e sopportarli, come si fa nei paesi. Le grandi metropoli impersonali non insegnano a relazionarsi. Semmai, offrono una comoda solitudine. “Maturità” non è far tutto quel che si vuole. È saper mettere da parte i propri castelli in aria, la propria superbia e le proprie pretese per capire che esistono anche le esigenze degli altri. E che l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re. Una persona che dedica la propria vita a non aver limiti e a ottenere tutto quel che le salta in testa non è “indipendente”, né “progressista”. È un* stronz* che usa gli altri come mero strumento e che ride, se spezza il loro cuore. L’ho dovuto imparare io stessa, a mie spese.
            Dulcis in fundo, elevi a questioni d’onore faccende di mero puntiglio. Poi, ti stupisci che io non ci dia importanza…
Ma suvvia… Visto che io sono un’ingrata, superficiale, che vede solo il proprio comodo, ho sempre riconosciuto la tua buona fede e l’ho ricambiata con affetto. Quanto tu gli abbia dato prezzo, non so. Ultimamente, l’hai proprio calpestato, scambiandolo per viltà. Margaritas ante porcos.
            E continuo a parlarne su questo blog, sì. Perché una cosa del genere brucia. L’amorevolezza e la franchezza disprezzati generano cicatrici. Anche se tu riconosci solo a te stesso il diritto di continuare a coltivare rancore, e per cose che sono fondamentalmente sciocchezze. È finito il tempo di giocare con le bambole.

            Come dice Nora, ci vorrebbe un miracolo. Un mutamento tale da trasformare il nostro attaccamento post-adolescenziale in amicizia. Ma non so se debbo credere ai miracoli.

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