giovedì 30 luglio 2015

Manifesto antirazionalista, ovvero Per la ragione illuminata

Diffida di chi non prova gusto per alberi e fiori, per chi non rabbrividisce davanti alle chiare, fresche et dolci acque. Diffida di chi non ha mai pregato in un momento d’angoscia od ebbrezza.
            Diffida di chi storce la bocca davanti alle vetrine piene di libri o alle pinacoteche affollate. Diffida di chi ti parla di saper stare al mondo, come se ne conoscesse tutti i segreti. Perché chi sa svendere le più umane emozioni saprà svendere anche te, cedere il tuo cuore a un macellaio per un tanto al grammo. 

            Son state dette grandi cose delle possibilità della ragione umana. Ma la ragione, senza un sentimento d’humanitas che la guidi, non è che un meccanismo dentato e divorante. La ragione efficientista ha masticato i lavoratori in fabbriche, cantieri, campi, uffici. Ha ridotto popolazioni native all’emarginazione, per far posto all’Uomo Superiore in Tecnologia.
            Direte che la ragione ha portato l’uomo a migliorare le condizioni di vita per molti, a debellare malattie, a diffondere i beni culturali, a combattere sfruttamento e superstizioni. Ma ciò è avvenuto solo quando la ragione si è sposata a un moto del cuore, divenendo così ragione illuminata.
            Oggigiorno, non avrebbe senso una crociata per la supremazia di una religione sulle altre. Servirebbe, piuttosto, una sintonia fra tutti coloro che sono capaci di spiritualità, di vivere secondo i moti del subconscio. Perché da lì nasce la scintilla che illumina la ragione e la rende humana in senso terenziano. La crociata d’oggi è quella dei vivi contro i morti, coloro che vogliono ridurre i rapporti umani a un mero meccanismo di do ut des. Per questo, chi è capace di spiritualità dovrebbe saper accettare e valorizzare anche coloro che, fino a oggi, sono stati ostracizzati da quasi ogni tradizione religiosa, per ragioni indipendenti dalla loro volontà. In loro, si troverebbero alleati insperati e preziosi.
            Non bisogna aver paura di parlare di eterno, con la consapevolezza che esso coincide con quello che C.G. Jung chiama archetipo.
            Non aver paura di chiamare “pazzo” chi si fa guidare dalla testa. Perché – come insegnano Omero e i maestri orientali – il vero timone del comportamento è il diaframma.

            Se qualcuno ti definisce “romantico” con tono di disprezzo, rispondigli che il romantico non è altri che colui che vede l’universo con l’Occhio onnicomprensivo dell’intuito. Sii colui che ha “mente fredda e cuore caldo”, come lo Zarathustra di F. Nietzsche. Come un novello Platone, ricaccia la tecnica al suo posto di ancella. Allora – e solo allora – si potrà parlare di progresso dell’umanità. Fino a quel momento, il “progresso” sarà solo il gioco degli interessi di pochi sulla pelle dei molti.

Pubblicato su Uqbar Love, N. 147 (28 agosto 2015), pp. 19-20.

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